martedì 11 aprile 2017

Traliccio Verdiano


Qualcuno, (Sigh!), ha scritto..., che un viaggiatore americano ha scritto: “Italy is the land of human nature”, l’Italia è la terra della natura umana… Grazie, ma non è che sta cosa ce la doveva certificare l’americano... La scorsa settimana mi trovavo per lavoro a Polesine Parmense, ora Polesine Zibello, nella campagna rigogliosa delle Terre Verdiane che tiene ancora vivo il ricordo di Giuseppe Verdi. Come pure di Giovannino Guareschi, il papà di Peppone e Don Camillo… (Sigh!), che dalla vicina Fontanelle di Roccabianca si recava spesso a Polesine, dove le memorabili battaglie fra il parroco don Davighi e il sindaco Carini gli avrebbero dato lo spunto per creare i suoi personaggi. Terra bella, fertile, ma dura, questa. Paesaggio color verde e ocra, campi sodi sterminati, gente meravigliosa. Col Po che non concede confidenza, anche se gli argini “sentinelle” dovrebbero rassicurare…, (Sigh!). Qui a Polesine Zimbello si trova il più importante giacimento italiano di salumi eccezionali. E l’Antica Corte Pallavicina dei Fratelli Spigaroli ne è la realtà più rappresentativa. Una roccaforte garbata affacciata sul Po, vocata alla produzione e alla trasformazione di Culatelli da maiali di ogni razza, compresi quelli dell’Antica “Nera Parmigiana”. Messi a stagionare nel loro habitat più naturale, in meravigliose antiche cantine… Chi non le ha mai viste non si può rendere conto della loro straordinarietà. Ogni volta che arrivo a Polesine Zibello, però, mi rendo anche conto che la campagna italiana, a volte, è anche violentemente italiana, … (Sigh!). Nel senso che ci sono posti in cui il cattivo gusto prevale e riassume preciso l’equivoco italiano. Infatti, appena poco prima di arrivare alle storiche cantine dell’Antica Corte Pallavicina, dove il Culatello riposa per trovare la sua massima espressione colla maturazione naturale, giace un gigantesco traliccio elettrico... Ad un palmo da una delle meraviglie di sto Paese…, uno gira l’angolo, alza la testa, e si trova davanti uno degli sfregi dell’età dell’inurbamento, (Sigh!)... L’eco mostro alto come un palazzo di dieci piani, è lì a inquietare…, sui pascoli, a due passi dal grande fiume. Sto elettrodotto è imbarazzante, ingombrante, mette a disagio. Deturpa il paesaggio rurale, fiabesco, di campi frequentati da mucche, da maiali, da galli, da galline, da lepri, da pavoni, che si rincorrono allo stato brado. Io ogni volta lo soffro st’intruso di ferro messo lì…, (Sigh). E’ fortemente interferente a quel che c'è attorno, non solo per le spropositate dimensioni… E’ un insulto ai campi felici di sta Bassa! Mi fa strano come certe associazioni ambientaliste, impegnate a difendere certi posti dai nemici del paesaggio, non si siano ancora fatti sentire per cancellare sto obbrobrio da qui. Chissà come reagirebbero i due nemici storici del Guareschi, che molte volte hanno lottato fianco a fianco per gli stessi ideali, ad un simile scempio. Credo che nessuno dei due lo porterebbe come trofeo morale del benessere… Forse, però, loro, avendolo ereditato, magari cercherebbero perlomeno di farlo diventare un ulteriore attrazione magica di sto posto… Chessò..., per esempio, facendolo trasformare da qualche architetto del paesaggio in una sorta di simpatico faro totem del culatello…, (Sigh). Sono sicuro che Don Camillo e Peppone, d’accordo, lo darebbero almeno in mano a qualche Istituto Europeo del Design per un progetto che potrebbe trasformare sto pugno in un occhio in un esempio del bello… Per ridare, soprattutto, la giusta soddisfazione ad un patrimonio unico ed inestimabile di sto territorio come l'Antica Corte Pallavicina... Ma anche ai duri sacrifici della famiglia Spigaroli che quotidianamente cura sto speciale fazzoletto di terra con la passione e l'orgoglio d'altri tempi...

martedì 4 aprile 2017

Cantar le Uova

Cantè j’Euv, Cantar le Uova, è una rappresentazione pagana notturna che si consuma, dove vivo, nel periodo quaresimale. E’ una goliardica mescolanza di sacro e profano, memore di rituali antichi... Una tradizione che un tempo qui annunciava l’arrivo della Pasqua e della primavera. Le uova sono simboli di rinascita nella primavera risorgente e attraverso il loro dono ci si propiziava la salute e soprattutto un buon raccolto…. Un rituale del mondo contadino strettamente connesso con il ciclo calendariale dell’anno agricolo, rivelato anche da Fenoglio e Pavese… La tradizione racconta che nella settimana di Pasqua dopo il tramonto, un gruppo di giovani partiva a piedi dal paese, capitanati da un falso fraticello elemosiniere, e andava vagando per la campagna di cascina in cascina, bussando alle porte per chiedere le uova in cambio di una canzone ben augurale! I prodotti ricavati dalla questua servivano poi per riempirsi la pancia al pranzo di Pasquetta…, (Sigh!). Erano rare le volte in cui il padrone di casa non voleva saperne di uscire e far contenti i questanti. Se succedeva, questi, gli maledicevano la cascina, gli animali, il raccolto, la famiglia…. Cantè j’Euv, era soprattutto un modo per socializzare, un momento di condivisione, un’occasione per incontrarsi, una “scusa” per ragazzi e ragazze di stare insieme dopo il lungo inverno…. Così col pretesto della questua, venivano fuori dei bei festini... Lo stesso adesso! So di certi matrimoni combinati proprio grazie ai Cantè j’Euv …, (Sigh!),  e anche di divorzi per certi intrallazzi che vengono fuori lì…. L'attuale Cantè j’Euv quindi si muove sulla stessa falsa riga… Solo che oggi si va prima a cena al ristorante..., e le cascine dove si vanno a chiedere le uova sono diventate invece le accoglienti cantine dei produttori di vino. Si canta, si balla, si mangia, si beve, si fanno cose...!  La punta massima del Cantè j’Euv la si raggiunge dopo mezzanotte, illanguidendo lentamente fino all’alba. Di uova, manco l’ombra…, (Sigh!). Le poche raccolte, nell’ultima tappa, vengono consumate in una bella frittata mattutina. In passato ho partecipato a parecchi Cantè j’Euv nei fine settimana quaresimali. Quelli più genuini, indelebili nella mia mente, li ho vissuti attorno agli anni ’90. Vi era tutto un rito portato avanti dalla mia "compagnia"... Si invitava gente di fuori, da tutta Italia, gente altolocata, con ruoli importanti nella società che conta, ignari del teatrino che noi gli montavamo dietro con commedianti sgamati pronti a recitare! Il falso frate, il falso invalido, il falso bandito, il falso mendicante... A sti ospiti gliene facevamo credere di ogni sorta… (Sigh!). Succedeva un po’ di tutto a sti Cantè j’Euv… Ho visto persone per bene trasformarsi e fare cose impensabili…. Altre che rimanevano allibite per quel che vedevano e sentivano… Increduli di trovarsi allo stesso desco, tutti insieme, in animata e strampalata discussione! Mescolavamo al cibo e al vino ricordi e storie, dei personaggi, impressionanti… Con il "Solito" che prendeva in mano il mazzo e gestiva la partita sollecitando a turno... L’invalido che per la sua condizione da disgraziato lasciava in giro per tutto il tempo una scia infinita di bestemmie e maldicenze…, il galeotto dallo sguardo mineralizzato fisso sul bicchiere di vino che cercava complici per i suoi intrallazzi…, il mendicante, figlio di partigiano giustiziato dai fascisti, che elemosinava soldi per pagare i debiti, incolpando anche le donnine che lo avevano mandato a ramengo…, il frate che con tono spazientito benediceva chiunque, bofonchiando a suo modo…, (Sigh!). Il tono della sceneggiata al ristorante era più o meno questo... La bagarre notturna, con noi in simulata indifferenza e gli ospiti visibilmente impressionati e allucinati che abboccavano, poi, procedeva di corte in corte coi canti... “Suma partì da nostra cà, ca i-era n’prima seira, per venive a salutè, devè la bun-ha seira…”. Il mio corpo a corpo col dialetto piemontese era sempre duro, come sa chi mi conosce bene…, (Sigh!). Così mimavo la cantata con le labbra, mentre mentalmente, col cervello intorpidito, cercavo di tradurre: “siamo partiti dalle nostre case che era da poco sera, per venirvi a salutare e darvi la buona sera…”. Si ballava, dappertutto, sopra i tavoli, e sotto anche, col fazzoletto rosso che ogni cantore, a turno, passava di donna in donna, sfiorando i loro corpi, sulle note di “Amalia Amaliella, tu sei la più bella, e dammi la tua vita, e dammi la tua vita". Patatìn e patatàn...!

martedì 28 marzo 2017

Peccato di Gola

Quando ero piccolo Mago Zurlì era un nome magico per me, ma anche per gli adulti di casa mia. Era magico il nome, come l’eccezionalità dei modi di Cino Tortorella e del suo Zecchino d’oro. Il Mago Zurlì è stato uno dei miei miti d'infanzia che guardavo imbambolato per ore davanti  alla televisione mentre interagiva con Topo Gigio con una naturalezza imbarazzante. Destino volle che Cino Tortorella lo incontrai personalmente tanto tempo dopo…, da maturo, sul mio campo, ad un Vinitaly. Quando il Mago Zurlì era ormai uscito dalla scena televisiva col suo prezioso dono di saper parlare a tutti. Non ricordo in quale edizione del Vinitaly e neanche più chi me lo presentò… (Sigh!). Parlammo molto quella volta, così come quando capita con qualcuno che ti sembra di conoscere da sempre... Cino Tortorella mi raccontò che era incatenato alla storia televisiva dello Zecchino…,  al suo personaggio di Mago Zurlì! Non sapevo fino a quel momento che l’indimenticabile protagonista dello Zecchino d’Oro fosse anche un grande esperto eno-gastronomo… Che, oltre lo spettacolo dell’Antoniano di Bologna, aveva fondato delle riviste del settore…, che collaborava ancora con alcune di esse…, che aveva a che fare con gli chef, con la ristorazione, col cibo di qualità e coi suoi produttori, che aveva una certa passione per il peperoncino…! Cino Tortorella quella volta lamentò, con l’appetito e l’allegria generosa di chi adora la buona cucina, il fatto che non si sapesse in giro di questa sua passione, di questa sua esperienza, di questa sua specializzazione…,  e che tutti lo consideravano “solo” il Mago Zurlì…, (Sigh!). In quell’occasione mi mise anche al corrente del progetto che aveva in mente di far togliere il Peccato di Gola dai sette vizi capitali… Per lui era una cosa inconcepibile che la Chiesa considerasse l'amore per il cibo alla stregua dell’Ira, dell’Invidia, dell’Accidia, della Superbia, dell’Avarizia, della Lussuria... Concordai! Di più…, mi sembrò un’idea geniale proporre l’abolizione del Peccato di Gola, un vizio innocente, attraverso il filtro dell’ironia comprensiva! Scherzando gli dissi che con il mio cognome avremmo potuto arrivarci prima dal Papa per proporgli il suo progetto…, (Sigh!).  Dopo quella volta lo vidi ancora molte volte a diverse manifestazioni eno-gastronomiche in giro per l’Italia… Gli chiedevo sempre a che punto fosse il suo progetto  e a che punto fosse arrivata la raccolta di firme per il Referendum Popolare che aveva in mente… (Sigh!). Adesso che Cino è volato in cielo lo immagino in Paradiso in un dialogo godereccio, di chi non si vergogna delle passioni terrene, con Sigieri di Brabante, uno dei pensatori più originali del XIII secolo, nel tentativo di accordarsi per far abrogare, almeno lì, il modello dittatoriale imposto su sta terra dalla Chiesa…, (Sigh!). 

venerdì 24 marzo 2017

ciao Bob!

Che cosa posso dire di Bob Noto? Se scrivo tanto ho sempre l'impressione di avere detto poco e omesso molto. Perché Bob era uomo di una specie rara. Se n’è andato col troppo che ha dato e che poteva dare. E allora serve la memoria. Quella minuta d'un incontro..., con il tuo sorriso pulito, con il fascino e lo stile da vero Signore…., quel giorno che venni nella tua ferramenta invogliato dalla tua speciale cordialità…, e ti chiesi in prestito delle tue opere per un evento che organizzavo a Torino... Mi ringraziasti, invece, tu… Con poco più di quello che le tue foto dicono e non possono dire della tua gentilezza assoluta, di quella tua disponibilità, ironia e riserbo… Ciao Bob! Ti vivrò con la malinconia dell'obbligata lontananza...

martedì 21 marzo 2017

Gita sull'Etna

Una foto scattata dallo spazio mentre l'Etna erutta, stava spopolando sui social dopo che Thomas Pesquet, ingegnere e astronauta francese dell'Agenzia Spaziale Europea l’ha pubblicata l'8 marzo su Twitter. L’immagine sembra un’opera d’arte moderna! Qua è là macchie bianche e macchie nere, fatte col pennello… Un critico gourmet la intitolerebbe riso, nero di seppia e burrata … Per mio figlio, invece, è quel che rimane di un pezzo di carta bianca cominciata a bruciare..., (Sigh!). Martedì 14 marzo, uno dei crateri dell’Etna è esploso e il materiale piroclastico ha beccato una dozzina di persone che si trovavano sul Belvedere del vulcano a 2700 metri d’altitudine...! Tutti salvi. Svanito l’effetto mediatico della straordinaria immagine di Pesquet, inizia una due giorni di servizi-tormentone sull’episodio "Etna e i malcapitati"... Venerdì 17 marzo, fine di tutto..., (Sigh!). In un  niente si è passati da una certa ammirazione verso uno spettacolo della natura, in un posto straordinariamente unico rivelato da una foto, ad un sentimento opposto e contrario formulato da una cronaca attenta solo a conquistare qualche lacrima di popolo.... (Sigh!). In un  mondo sempre più abituato da suoni nuovi e pervasivi, però, io, da ste poche righe, voglio ridare all’Etna il giusto posto che merita. Attraverso la voce dell’autore Nino Savarese, (Enna 1882- Roma 1945), che scrisse “Gita sull’Etna". 20 pagine che fanno parte del libro “Cose d’Italia”, di cui vi consiglio di leggere anche gli altri racconti di suggestivi luoghi d'Italia scritti dall'autore ennese tra il 1930 e il 1932, curato da Leonardo Sciascia. Gita sull'Etna è uno spaccato di cronaca geologica sapienzale, pieno di amore per la terra e i suoi segreti... Con il racconto dei paesaggi, che mutano man mano che l’autore sale verso il cratere... Pennellati dalla sensibilità del senso culturale che la cronaca di oggi ormai ha lasciato cadere. Gita sull'Etna corre accanto a chi legge proprio con la continuità cadenzata che l'ha costruito, lungo le giornate del suo autore: ritrova cioè il percorso di un diario, tutti gli interni momenti  della preparazione, della scoperta, dell'attesa, dell'accadimento... Un racconto che, più di ogni altra cosa,  ti fa venire voglia di catapultarti in Sicilia per salire fin lì e godere delle meraviglie dell'Etna.., (Sigh). "... Camminiamo tra vigneti ubertosissimi; si intravedono casette nere e bianche tra i pomari, e sentieri bordati di erbe e di fiori spontanei, e muriccioli pure neri, che chiudono poderi traboccanti di frutteti...". “…Si sente di varcare la soglia di una terra governata da altre leggi naturali, soggiogata da altre forze a noi del tutto sconosciute...". "... Così che l’occhio non può mai abbandonarsi ad una contemplazione riposata ed ingenua. Si guarda questa terra con un certo sospetto, anche dove essa appare rigogliosa ed intatta. Come si guarderebbe un corpo sparso di foruncoli, i quali, sebbene emarginati, non possono fare a meno di ricordare il passato martirio e tenere l’animo incerto con la minaccia che il male ritorni…”. "... Alle volte, sono pietre messe le une sulle altre che si alzano appena sulla confusa distesa delle punte, ma se pure non le avanzano, si distinguono lo stesso dalle altre punte dei mucchi casuali, perché mostrano il segno della volontà di un uomo, che è venuto su questo deserto sconvolto a lasciare la traccia di una sua intenzione...". “… Questi agricoltori etnei sono condannati a misurare con la brevità della loro vita i rivolgimenti naturali ai quali, in genere, l’uomo non partecipa mai col proprio sentimento e con il proprio benessere…”. “… Qui si deve vivere come tenendo i piedi sopra una terra magica, in cui sono possibili alla luce del sole le più meravigliose apparizioni. Contadini e pastori non seguono solo gli umori dei venti e delle nuvole che portano il refrigerio della pioggia, ma tenendo l’orecchio ai boati dell’enorme montagna che sovrasta ogni loro orizzonte, e di notte guardano se non si accenda nel cielo o nel baratro delle valli qualche riflesso di fuoco”… "...Questa non è campagna solitaria, né deserto, è un segreto della natura al quale l'uomo si sente terribilmente estraneo. Qualche rarissimo uccello che solca l'aria fredda sembra aver sbagliato il suo volo, e sembra fuggire col cuoricino in gola, verso gli alberi del basso...". “ Ecco l’Etna squarciata da cima a fondo: non è una valle, ma un’enorme lacerazione nera di venti chilometri di giro! Le parte di, di roccia basaltica, sono ripide o a picco; grossissimi massi sporgenti sembrano brandelli rimasti attaccati alla enorme ferita, e creano ombre profonde e cavità dentro le quali l’occhio non penetra... "... "... E’ l’abbandono di ogni legge, anche di quella che il fuoco si era data a se stesso con gli sbocchi dei crateri: un momento di pienezza furibonda, uno scrollo di impazienza che dovette far tremare tutta l’Isola e ribollire i suoi mari…”. “…La natura sembra assorta in una segreta fatica che l’uomo non può né ammirare né comprendere…”.  Per la “Cronaca”…, (Sigh!).  


martedì 14 marzo 2017

Caffè verde

L’olfatto, l’ho già detto da queste pagine, http://morsidigusto.blogspot.it/2016/03/finche-cho-naso-vivo.html, è la mia guida sensoriale. Detto ciò, rimango sempre sorpreso quando incontro odori che mi scatenano prepotentemente ricordi legati al mio passato. L’altro giorno a Taste di Firenze ho assaggiato un Caffè Verde dell’amico Massimo Bonini della Torrefazione Lady Cafè. L’odore di sto caffè mi ha colpito diritto al cuore proiettandomi in un nostalgico tuffo nei ricordi della mia infanzia, (Sigh!). Per un po’, dopo quella degustazione, sono stato ostaggio della "sindrome proustiana" come nell'opera "La strada di Swann - Alla ricerca del tempo perduto", nella quale il protagonista, percependo il profumo dei biscotti e del the, compie magicamente un viaggio indietro nel tempo tra i ricordi della sua infanzia. In sto caffè verde c’ho trovato dei particolari profumi di erbe  che mi hanno fatto salire in gola nostalgici momenti. Proiettandomi a quando il mondo di noi terroni, emigrati a Bra, procedeva spedito, nonostante il sentimento antimeridionale che sentivo serpeggiare e affiorare ovunque, a scuola, all’oratorio, al campo sportivo, al cinema, alla Colonia Marina di Bra, (Sigh!)… E il divario classista lo faceva soprattutto l’alimentazione. L’odore di sto caffè, mi ha riportato all’odore di alcune erbe selvatiche di quando con mia madre e mia sorella Elena, poco più grande di me, soprattutto nei pomeriggi primaverili ed estivi, andavamo a raccoglierle nei campi vicini a casa nostra, arrivando, per sentieri, fin quasi a Falchetto: cicoria, malva, asparagina, finocchietti selvatici, tarassaco, silene,… Erano tempi in cui in casa mia si praticava una dieta vegetariana monastica forzata, perché ogni cibo necessario allora era scarso e, quindi, sacro. Sacri come, allora, tutti i beni primari necessari oltre il cibo, l’acqua, la luce, il gas, i vestiti…Se il resto non lascia spazio a nostalgia, il cibo, invece, mi scatena luoghi antropologici fatti di parole di memorie, ricordi, storie, persone, relazioni. Il mangiare a quei tempi era operazione anche rituale scandita sul doppio binario dei cicli stagionali e del calendario liturgico. Orchestrata dalle lune e dai soli. Dalle vigilie e dalle feste. Dai patroni e dai santi. Dalle nascite, dai matrimoni, dalle morti.., (Sigh!). Non eravamo mai soli a raccogliere erbe di campo... Ci trovavamo assieme a conoscenti, a bordo di sti campi, coi più grandi attrezzati di coltello e borsoni di nylon. Alcuni di loro, che abitavano lontano da noi, arrivavano fin lì imbucati a decine sulle mingherline utilitarie dell’epoca. Eravamo organizzati a squadre di famiglie che si dividevano anche i figli, dove questi abbondavano da una parte e scarseggiavano dall’altra..., (Sigh!). Battevamo i campi come perlustratori specializzati, guidati dal rito per la vita, contro la fame, contro la miseria. Ma quei momenti, in questo universo sobrio e severo, dove per i grandi non esisteva il tempo libero, le nostre mamme sapevano mascherarli in svago, in mezzo alla natura. Tra gli intrecci di dialetti delle mamme che si confrontavano a voce alta chinate a raccogliere nei campi... - gesto che per loro diventava in quel momento luogo di affermazione d’identità e costruzione etnicità di cui essere orgogliose - noi picciriddi imparavamo col gioco a riconoscere le erbe buone da raccogliere. Stando attenti alle ortiche, riempiendo le borse di quante più margherite potevamo, dando la caccia al quadrifoglio, correndo dietro ai soffioni, facendoci i timbrini dappertutto coi pistilli del papavero... Sentendo l’odore di sto caffè, mi sono ricordato dei tempi in cui il palazzo di via Goito, dove abitavamo, mandava suoni di vita già all’alba..., e a casa mia c’era la regola che la sera dovevamo esserci a tavola tutti e otto se no non si mangiava…, (Sigh!).

martedì 7 marzo 2017

Mimose

Domani 8 marzo è la Festa della Donna. Si celebrano i diritti delle donne… Evviva!!! Auguri sinceri a tutte le Donne! Domani ci saranno mobilitazioni di piazze…, dibattiti, trasmissioni televisive e radiofoniche che, con slancio morale, eroismo e amore, commenteranno il valore della Festa… E Mimose, vendute, per essere regalate, in ogni angolo delle strade, a mazzi, anzi a rami, anzi ad alberi…, (Sigh!). Su esperienza provata vi consiglio di rimandare appuntamenti serali, fuori casa, diversi che per festeggiare questa ricorrenza. Perché il contributo di partecipazione più importante a sta Festa, sarà dato da tutte quelle donne che, domani sera, cariche di determinazione e di una certa effervescenza collettiva, saranno in giro per locali a commemorare..., (Sigh!). Ogni volta che c’è la Festa della Donna, io ci sto attento a non consumare appuntamenti o incontri, fuori, la sera…Da quella volta, intorno alla metà degli anni ’90... Era un 8 marzo, ma mi trovavo in giro per lavoro già da un po’ di giorni assieme al mio collega Robi, con cui, allora, condividevo gran parte delle giornate e a volte anche le serate… Quella sera decidemmo di fermarci a dormire a Parma, dopo aver consumato appuntamenti su appuntamenti in zona, perché il giorno successivo ne avremmo avuti altri sul percorso che ci riportava a Bra…, (Sigh!). Prenotammo all’Hotel Torino, in centro. Nessuno di noi due aveva memorizzato, ricordato o commentato, nel frattempo, che, quello, fosse, l’8 Marzo, La Festa della Donna!!! Così, come al solito, per scegliere dove andare a mangiare quando si era fuori, sfogliammo una serie di Guide ai ristoranti… Iniziando dalla Nostra, se non altro anche per capire ogni volta se la segnalazione aveva un suo valore… E iniziammo a telefonare. Chiamammo una ad una tutte le Osterie d’Italia della città, segnalate dalla guida..., anche quelle nell’arco di 20 chilometri da Parma.! La risposta dall’altra parte del telefono, ogni volta, fu sempre la stessa: “siamo al completo”. Il nostro commento al fatto, come un padre che fa i complimenti al proprio figlio..., fu di elogio alla nostra Guida che ci dimostrava così di essere seguitissima! Peccato che fu così anche per le altre Guide che consultammo dopo…, (Sigh!). Disarmati e inconsapevoli del perché, ma allo stesso tempo meravigliati da cotanta passione gastronomica da parte dei parmigiani, cercammo nuovi indirizzi alla Reception dell’Hotel… A quei tre o quattro numeri che gentilmente ci consigliarono trovammo sempre la stessa risposta, "completi"... Senza che nessuno, mai, facesse riferimento al perché..., (Sigh!). Sfiniti, ed esauriti gli spunti di ricerca, provammo con le Pagine Gialle… E finalmente trovammo un posto! Arrivati lì ci meravigliammo del parcheggio zeppo di macchine…, che commentammo come un ottimo segnale..., (Sigh). In contrasto con lo squallore esterno della struttura del locale tipo pagoda cinese illuminata a giorno. Quando aprimmo la porta d'ingresso del locale fu un momento imbarazzante che ricorderò sempre…, (Sigh!). L’unico salone era pieno e zeppo di donne in ghingheri… sbraitanti…, che occupavano tutti i tavoli e le tavolate del ristorante…. Palloncini, festoni, e nature morte, arredavano l'unico squallido freddo salone del locale gremito come uno stadio… Mimose e pajette dappertutto! Robi ed io, timidamente, prendemmo posto nell’unico tavolino allestito per due tra il bancone d’alluminio lucido e il frigo bianco dei gelati Sanson… Le Mimose sul nostro tavolo, anch'esse sconcertate di stare in mezzo agli unici due uomini ospiti, ci accompagnarono per tutto il tempo, molto breve, in cui consumammo certe "delizie kitsch" guardati a vista..., (Sigh!).