Una foto scattata dallo spazio mentre l'Etna erutta, stava
spopolando sui social dopo che Thomas Pesquet, ingegnere e astronauta francese
dell'Agenzia Spaziale Europea l’ha pubblicata l'8 marzo su Twitter. L’immagine
sembra un’opera d’arte moderna! Qua è là macchie bianche e macchie nere, fatte col
pennello… Un critico gourmet la intitolerebbe riso, nero
di seppia e burrata … Per mio figlio, invece, è quel che rimane di un pezzo di carta bianca cominciata a bruciare..., (Sigh!). Martedì 14 marzo,
uno dei crateri dell’Etna è esploso e il materiale piroclastico ha
beccato una dozzina di persone che si trovavano sul Belvedere del
vulcano a 2700 metri d’altitudine...! Tutti salvi. Svanito l’effetto mediatico della
straordinaria immagine di Pesquet, inizia una due giorni di servizi-tormentone sull’episodio "Etna e i
malcapitati"... Venerdì 17 marzo, fine di tutto..., (Sigh!). In un niente si è passati da una certa ammirazione verso uno spettacolo della natura, in un posto
straordinariamente unico rivelato da una foto, ad un sentimento opposto e contrario formulato da
una cronaca attenta solo a conquistare qualche lacrima di popolo.... (Sigh!). In un mondo sempre più abituato da suoni
nuovi e pervasivi, però, io, da ste poche righe, voglio ridare all’Etna il giusto posto che merita. Attraverso la voce dell’autore Nino Savarese, (Enna 1882- Roma 1945), che scrisse “Gita sull’Etna". 20 pagine che fanno parte del libro “Cose d’Italia”, di cui vi consiglio di leggere anche gli altri racconti di suggestivi luoghi d'Italia scritti dall'autore ennese tra il 1930 e il 1932, curato da Leonardo Sciascia. Gita sull'Etna è uno spaccato di cronaca geologica sapienzale, pieno
di amore per la terra e i suoi segreti... Con il racconto dei paesaggi, che
mutano man mano che l’autore sale verso il cratere... Pennellati dalla
sensibilità del senso culturale che la cronaca di oggi ormai ha lasciato cadere. Gita sull'Etna corre accanto a chi legge proprio con la continuità cadenzata che l'ha costruito, lungo le giornate del suo autore: ritrova cioè il percorso di un diario, tutti gli interni momenti della preparazione, della scoperta, dell'attesa, dell'accadimento... Un racconto che, più di ogni altra cosa, ti fa venire voglia di catapultarti in Sicilia per salire fin lì e godere delle meraviglie dell'Etna.., (Sigh). "... Camminiamo tra vigneti ubertosissimi; si intravedono casette nere e bianche tra i pomari, e sentieri bordati di erbe e di fiori spontanei, e muriccioli pure neri, che chiudono poderi traboccanti di frutteti...". “…Si sente di varcare la soglia di una terra governata da altre leggi naturali, soggiogata da altre forze a noi del tutto sconosciute...". "... Così che l’occhio
non può mai abbandonarsi ad una contemplazione riposata ed ingenua. Si guarda
questa terra con un certo sospetto, anche dove essa appare rigogliosa ed
intatta. Come si guarderebbe un corpo sparso di foruncoli, i quali, sebbene
emarginati, non possono fare a meno di ricordare il passato martirio e tenere l’animo
incerto con la minaccia che il male ritorni…”. "... Alle volte, sono pietre messe le une sulle altre che si alzano appena sulla confusa distesa delle punte, ma se pure non le avanzano, si distinguono lo stesso dalle altre punte dei mucchi casuali, perché mostrano il segno della volontà di un uomo, che è venuto su questo deserto sconvolto a lasciare la traccia di una sua intenzione...". “… Questi agricoltori etnei sono
condannati a misurare con la brevità della loro vita i rivolgimenti naturali ai
quali, in genere, l’uomo non partecipa mai col proprio sentimento e con il
proprio benessere…”. “… Qui si deve vivere come tenendo i piedi sopra una terra
magica, in cui sono possibili alla luce del sole le più meravigliose
apparizioni. Contadini e pastori non seguono solo gli umori dei venti e delle
nuvole che portano il refrigerio della pioggia, ma tenendo l’orecchio ai boati
dell’enorme montagna che sovrasta ogni loro orizzonte, e di notte guardano se
non si accenda nel cielo o nel baratro delle valli qualche riflesso di fuoco”… "...Questa non è campagna solitaria, né deserto, è un segreto della natura al quale l'uomo si sente terribilmente estraneo. Qualche rarissimo uccello che solca l'aria fredda sembra aver sbagliato il suo volo, e sembra fuggire col cuoricino in gola, verso gli alberi del basso...". “
Ecco l’Etna squarciata da cima a fondo: non è una valle, ma un’enorme
lacerazione nera di venti chilometri di giro! Le parte di, di roccia basaltica,
sono ripide o a picco; grossissimi massi sporgenti sembrano brandelli rimasti
attaccati alla enorme ferita, e creano ombre profonde e cavità dentro le quali
l’occhio non penetra... "... "... E’ l’abbandono di ogni
legge, anche di quella che il fuoco si era data a se stesso con gli sbocchi dei
crateri: un momento di pienezza furibonda, uno scrollo di impazienza che
dovette far tremare tutta l’Isola e ribollire i suoi mari…”. “…La natura sembra
assorta in una segreta fatica che l’uomo non può né ammirare né comprendere…”. Per la “Cronaca”…, (Sigh!).
martedì 21 marzo 2017
martedì 14 marzo 2017
Caffè verde
L’olfatto, l’ho già detto da queste pagine, http://morsidigusto.blogspot.it/2016/03/finche-cho-naso-vivo.html, è la mia guida sensoriale. Detto ciò, rimango
sempre sorpreso quando incontro odori che mi scatenano prepotentemente ricordi
legati al mio passato. L’altro giorno a Taste di Firenze ho assaggiato un Caffè
Verde dell’amico Massimo Bonini della Torrefazione Lady Cafè. L’odore di sto caffè mi ha colpito diritto al
cuore proiettandomi in un nostalgico tuffo nei ricordi della mia infanzia, (Sigh!). Per un po’,
dopo quella degustazione, sono stato ostaggio della "sindrome
proustiana" come nell'opera "La strada di Swann - Alla ricerca del tempo
perduto", nella quale il protagonista, percependo il profumo dei biscotti
e del the, compie magicamente un viaggio indietro nel tempo tra i ricordi della
sua infanzia. In sto caffè verde c’ho trovato dei particolari profumi di erbe che
mi hanno fatto salire in gola nostalgici momenti. Proiettandomi a quando il mondo di
noi terroni, emigrati a Bra, procedeva spedito, nonostante il
sentimento antimeridionale che sentivo serpeggiare e affiorare ovunque, a
scuola, all’oratorio, al campo sportivo, al cinema, alla Colonia Marina di Bra, (Sigh!)… E
il divario classista lo faceva soprattutto l’alimentazione. L’odore di sto
caffè, mi ha riportato all’odore di alcune erbe selvatiche di quando con mia madre e
mia sorella Elena, poco più grande di me, soprattutto nei pomeriggi primaverili
ed estivi, andavamo a raccoglierle nei campi vicini a casa nostra, arrivando,
per sentieri, fin quasi a Falchetto: cicoria, malva, asparagina, finocchietti
selvatici, tarassaco, silene,… Erano tempi in cui in casa mia si praticava una
dieta vegetariana monastica forzata, perché ogni cibo necessario allora era
scarso e, quindi, sacro. Sacri come, allora, tutti i beni primari necessari oltre il cibo,
l’acqua, la luce, il gas, i vestiti…Se il resto non lascia spazio a nostalgia,
il cibo, invece, mi scatena luoghi antropologici fatti di parole di memorie,
ricordi, storie, persone, relazioni. Il mangiare a quei tempi era operazione
anche rituale scandita sul doppio binario dei cicli stagionali e del
calendario liturgico. Orchestrata dalle lune e dai soli. Dalle vigilie e dalle
feste. Dai patroni e dai santi. Dalle nascite, dai matrimoni, dalle morti.., (Sigh!). Non eravamo mai soli a raccogliere erbe di campo... Ci trovavamo assieme a conoscenti, a bordo di sti campi, coi più grandi attrezzati
di coltello e borsoni di nylon. Alcuni di loro, che abitavano lontano da noi,
arrivavano fin lì imbucati a decine sulle mingherline utilitarie dell’epoca. Eravamo organizzati
a squadre di famiglie che si dividevano anche i figli, dove questi abbondavano
da una parte e scarseggiavano dall’altra..., (Sigh!). Battevamo i campi come perlustratori
specializzati, guidati dal rito per la vita, contro la fame, contro la miseria.
Ma quei momenti, in questo universo sobrio e severo, dove per i grandi non
esisteva il tempo libero, le nostre mamme sapevano mascherarli in svago, in mezzo alla natura. Tra gli intrecci di dialetti
delle mamme che si confrontavano a voce alta chinate a raccogliere nei campi... - gesto che per loro diventava in quel momento luogo di affermazione d’identità e costruzione etnicità di cui essere
orgogliose - noi picciriddi imparavamo col gioco a riconoscere le erbe buone da
raccogliere. Stando attenti alle ortiche, riempiendo le borse di quante più margherite potevamo, dando la caccia al quadrifoglio, correndo dietro ai soffioni, facendoci i timbrini dappertutto coi pistilli del papavero... Sentendo l’odore
di sto caffè, mi sono ricordato dei tempi in cui il palazzo di via Goito, dove
abitavamo, mandava suoni di vita già all’alba..., e a casa mia c’era la regola che
la sera dovevamo esserci a tavola tutti e otto se no non si mangiava…, (Sigh!).
martedì 7 marzo 2017
Mimose
Domani 8 marzo è la Festa della Donna. Si celebrano i
diritti delle donne… Evviva!!! Auguri sinceri a tutte le Donne! Domani ci saranno
mobilitazioni di piazze…, dibattiti, trasmissioni televisive e radiofoniche che,
con slancio morale, eroismo e amore, commenteranno il valore della Festa… E
Mimose, vendute, per essere regalate, in ogni angolo delle strade, a mazzi, anzi a rami, anzi ad
alberi…, (Sigh!). Su esperienza provata vi consiglio di rimandare appuntamenti serali, fuori casa, diversi che per festeggiare questa
ricorrenza. Perché il contributo di partecipazione più
importante a sta Festa, sarà dato da tutte quelle donne che, domani sera, cariche di
determinazione e di una certa effervescenza collettiva, saranno in giro per
locali a commemorare..., (Sigh!). Ogni volta che c’è la Festa della Donna, io ci sto attento
a non consumare appuntamenti o incontri, fuori, la sera…Da quella volta, intorno alla
metà degli anni ’90... Era un 8 marzo, ma mi trovavo in giro per lavoro già da un
po’ di giorni assieme al mio collega Robi, con cui, allora, condividevo gran
parte delle giornate e a volte anche le serate… Quella sera decidemmo di fermarci a
dormire a Parma, dopo aver consumato appuntamenti su appuntamenti in zona, perché
il giorno successivo ne avremmo avuti altri sul percorso che ci riportava a Bra…,
(Sigh!). Prenotammo all’Hotel Torino, in
centro. Nessuno di noi due aveva memorizzato, ricordato o commentato, nel
frattempo, che, quello, fosse, l’8 Marzo, La Festa della Donna!!! Così, come al
solito, per scegliere dove andare a mangiare quando si era fuori, sfogliammo
una serie di Guide ai ristoranti… Iniziando dalla Nostra, se non altro anche per capire ogni volta se la
segnalazione aveva un suo valore… E iniziammo a telefonare. Chiamammo una ad
una tutte le Osterie d’Italia della città, segnalate dalla guida..., anche quelle nell’arco di 20
chilometri da Parma.! La risposta dall’altra parte del telefono, ogni volta, fu
sempre la stessa: “siamo al completo”. Il nostro commento al fatto, come un padre che fa i complimenti al proprio figlio..., fu di elogio alla nostra Guida che ci dimostrava così di essere seguitissima! Peccato che fu così anche per le altre Guide che consultammo dopo…, (Sigh!). Disarmati e inconsapevoli del perché, ma allo
stesso tempo meravigliati da cotanta passione gastronomica da parte dei parmigiani,
cercammo nuovi indirizzi alla Reception dell’Hotel… A quei tre o quattro numeri che gentilmente ci consigliarono trovammo sempre la stessa risposta, "completi"... Senza che nessuno, mai, facesse riferimento al perché..., (Sigh!). Sfiniti, ed esauriti gli spunti di ricerca, provammo
con le Pagine Gialle… E finalmente trovammo un posto! Arrivati lì ci meravigliammo del parcheggio zeppo di macchine…, che commentammo come un ottimo segnale..., (Sigh). In contrasto con lo squallore esterno della struttura del locale tipo pagoda cinese illuminata
a giorno. Quando aprimmo la porta d'ingresso del locale fu un momento imbarazzante che ricorderò sempre…, (Sigh!). L’unico salone era pieno e zeppo di donne in ghingheri…
sbraitanti…, che occupavano tutti i tavoli e le tavolate del ristorante…. Palloncini, festoni, e nature morte, arredavano l'unico squallido freddo salone del locale gremito come uno stadio… Mimose e pajette dappertutto! Robi ed
io, timidamente, prendemmo posto nell’unico tavolino allestito per due tra il bancone d’alluminio
lucido e il frigo bianco dei gelati Sanson… Le Mimose sul nostro tavolo, anch'esse sconcertate di stare in mezzo agli unici due uomini ospiti, ci accompagnarono per tutto il tempo, molto breve, in cui consumammo certe "delizie kitsch" guardati a vista..., (Sigh!).
martedì 28 febbraio 2017
"My" social
“Non hai facebook?”… Ma come fai senza?”. E’ quello che mi chiedono sempre tutti…, (Sigh!). Inutile
dirlo, le piazze virtuali sono fondamentali per farti conoscere ad un pubblico più
vasto di quel che pensi. I social hanno cambiato le nostre vite..., (Sigh!). Ne
sono consapevole da sempre, ma da quando mi sono rimesso a scrivere sul mio “morsi
di gusto”, ne sono ancora più convinto. Ci sono dei miei post pubblicati su “morsi
di gusto” che se ripresi e linkati da amici che hanno Facebook, il numero dei
miei lettori si impenna. Arrivo a cifre così alte che mi mettono anche in imbarazzo…,
(Sigh!). Eppure resisto. In linea con Vinicio Capossela che nel suo nuovo tour sprona all'"ombra" contrapposta alla troppa luce digitale…. con i social che
fanno diventare tutto spettacolo”. Si, sono senza Facebook, vivo senza social…, non seguo
sti riti... Non ne sento la mancanza. Anche perché penso che creare un profilo e renderlo vivo,
postando costantemente cose intelligenti,
sia un lavorone…, (Sigh!). Forse è anche colpa di un certo mio barocco mentale se sono così social-out…
Ma non voglio arrendermi a Facebook…. Voglio rimanerci fuori.
Lo considero uno spazio inadeguato, un posto da internettualoidi! Che dimostra come tutti, qui, sappiano
cavalcare qualsiasi argomento creando il caos… Facebook è un posto dove si clonano nuovi
alfabeti, dove si creano laboratori inutili…, a volte anche molto pericolosi. Un posto complicato, ma accessibile a tutti, simbolo di un’autorità anarchica inquietante. Facebook lo reputo uno spazio commerciale dove vendere e vendersi…, oltre che un posto d’osservazione, di spionaggio.. E' notizia di ieri pubblicata sul quotidiano La Stampa: "Su Facebook la truffa del finto compaesano"... A Borgo Vercelli, paese di poche anime del nord Piemonte, dei tipi loschi, che saltellavano come pulci da un I.P. all'altro da chissà quale parte del mondo, chiedevano amicizie spacciandosi come compaesani per riscuotere la loro fiducia..., (Sigh!).. Una volta accordata, studiavano le abitudini dei nuovi "amici" per coglierli su argomenti a loro sensibili e fottergli dei soldi..., (Sigh!). Lo so, oggi
tutti noi siamo comunque, Facebook o non Facebook, vorticosamente presenti in una rete universale... Siamo appiccicati con questa strana colla che sembra ci tenga tutti
uniti..., impegnati, volenti o nolenti, in un rodeo virtuale per
professionisti e dilettanti allo sbaraglio…, (Sigh!). In questo strano posto di individualismo
collettivo, di ossimoro di cui ormai tutti sono capaci, Facebook è un luogo da festa travestito da tortura..., un posto strano dove cercarsi e trovarsi..., un posto dove i confini si confondono. E per me Facebook, al contrario di quel che pensano molti, rimane l’ultimo posto dove si gusta
la felicità di vivere…(Sigh!). "My" social!
martedì 21 febbraio 2017
Cuochi e concorsi, passione irragionevole
Veder cucinare uno chef nella sua cucina è già un bel
vedere. Vederlo cucinare ad un Concorso di cucina è speciale. Anche se non tutti i cuochi hanno il coraggio di dimostrare il proprio
talento mettendosi in gioco nei concorsi dei professionisti..., (Sigh!). Lo scorso
fine settimana ho assistito alla prima parte dei Campionati della Cucina
Italiana, che finiscono oggi, organizzati dalla Federazione Italiana Cuochi presso
la Fiera di Rimini. Una competizione promossa a livello nazionale ed
internazionale. Non potete conoscere la fatica della cucina se non si vedono i
cuochi all’opera nelle competizioni..., (Sigh!). Questo, per me non era il primo Concorso di
Cucina a cui assistevo…, ma qui ci ho trovato un piglio, una meticolosità e una passione
esagerata da parte di tutti. Il padiglione della Fiera di Rimini, sabato,
all’apertura, era un formicaio irrequieto di chef che andavano e venivano. Man
mano che si avvicinava il via alla competizione, sul campo di sfida si respirava
l’aria dell’evento, del saper pratico, della gara, e della festa. I cuochi sfidanti si muovevano in spazi orizzontali limitati, (Sigh!). Teste basse sui piani di preparazione e mani veloci a incidere, formare, spadellare, costruire. Se in
tutte le altre iniziative in cui lo chef si esibisce prevale
un sostanziale sofisticato esibizionismo, nei Concorsi di cucina regna l’ordine
costituito. Anche professionalità, cautela ed intuizione. Sabato ho colto anche un
atteggiamento rigoroso verso la gerarchia…, con lo chef superiore che assumeva un
ruolo paternalista verso il giovane sottoposto… Non mi pareva vero...! In sti Concorsi esistono criteri di gara che non si possono tralasciare: igiene e pulizia, struttura dei piatti, tempi di esecuzione, rispetto dei codici gastronomici, equilibrio dietetico…, (Sigh!), ai quali gli chef competitori devono attenersi durante la loro performance. Fissati da una commissione culinaria mondiale,
che a caduta toccano tutti i regolamenti delle diverse competizioni. Le
giurie hanno curriculum ricchi, hanno superato esami, contano partecipazioni a
competizioni di grande prestigio, parlano più lingue...! Sabato, ai Campionati della Cucina Italiana, ho apprezzato la sicurezza di
tutti. Dei giudici e dei giudicati. In un rodeo di stress, manuale e mentale che
giustifica passioni irragionevoli, consumate in estranei loculi-laboratorio. Ero nel bel mezzo
di una palestra di discrezionalità! Colle puntigliose occhiate dei giudici, a
cui rispondeva una rigorosa osservanza delle regole da parte dei concorsisti…, (Sigh!).
Man, mano, uscivano ricette che sembravano poderosi affreschi irrazionali,
azionati da un popolo razionale… Piatti che profumavano prima di tutto di
ricompense meritate! I cuochi che ho visto ai Campionati della Cucina Italiana
sono persone che venivano a condividere qualcosa… Le emozioni, l’esercizio della
professionalità, la raccolta delle esperienze, le attese, le performance, i
giudizi…, (Sigh!). Ma soprattutto un amore gratuito ed infinito verso la cucina…! Bravi tutti!
martedì 14 febbraio 2017
Ritagliamoci un pezzo di terra
Dal barbiere, si scopre un’Italia interessante. Esiste una
stratificazione delle abitudini e dei ricordi che rendono unica quell’ora che
passo tra la sedia dell'attesa e la seggiola del taglio. Dal barbiere ci si
indigna per la politica nazionale e per quella locale, per lo stipendio dei
calciatori, per le tasse, per i costi della vita... Si parla tutti con
disinvoltura, e anche da esperti, di economia, di politica, di sport, secondo un
rituale che include molte volte anche l’intimità e le vicende personali. Dal
Barbiere è un posto di confessioni di gruppo dove tutti si confidano con tutti…!
L’altro giorno da mio Barbiere mi sono rifatto, anzi no, ho aggiornato, la mia
cultura sugli orti e sulle serre infinite che vedo crescere ogni volta, sempre
più ingombranti, su quel fazzoletto di terra furiosamente antropizzato ai piedi
della prima collina braidese... Resa malconcia, anch'essa, da un eco-mostro
di cemento, dalla fantasiosa geometria ingegneristica, che troneggia squallidamente fiero da una dozzina d'anni nel bel mezzo, rendendolo uno dei simboli del degrado della mia città, (Sigh!). Dicevo della mia rinnovata cultura sugli orti grazie
ad un tipo, che conosco da una vita, ma che non vedevo da tempo, che era di
passaggio lì dal Barbiere... Non per farsi mettere a posto barba e capelli, ma
solo per ritrovare e salutare gente come capita spesso qui. Mentre il
mio parrucchiere era impegnato su di me, ho iniziato ad argomentare con
l’ortolano sulle produzioni locali sotto serra e quali di queste scegliere
per mangiare qualcosa di sano… “Quelle meno toccate dalla chimizzazione
agricola.., meno trattate..., meno concimate con prodotti chimici?" - mi
chiede... "Ormai si salvano solo più broccoli, costine, cavolfiori,
rape... e, forse, ma ancora per poco, gli spinaci... Perché la loro difesa
chimica dalle malattie si basa “solo” sull’impiego di prodotti rameici che si
danno al primo apparire del danno... Lo sfruttamento intensivo del suolo, la
monocultura esasperata, la chimizzazione eccessiva, hanno mandato tutto a
ramengo…" - sentenzia, (Sigh!). Mi racconta che ormai per produrre con
successo qualcosa, bisogna farlo in un sistema acquaponico…, dove anche il
guadagno del contadino è superiore perché non solo risparmia la spesa dei
trattamenti per la terra, (che comunque non ce la fa più), ma soprattutto per
il veloce turnover produttivo degli ortaggi.. "Stanno scomparendo le
produzione in terra nelle nostre serre..." - mi dice, (Sigh). "Le
serre sono ormai ridotte a immensa ed esclusiva taverna fumante, iper
riscaldate, per sistema di coltura acquaponica... Che coincide con
l’autodistruzione. Col cancellamento totale della buona agricoltura,
schiacciata ormai da anni dal greve fardello della chimica". L'amico cercava di
sdrammatizzare sta spiacevole realtà sorridendo...! Parlando, però, si sentiva
dal suo tono come volesse liberarsi dal peso della sua angoscia e porre il
problema al centro dell’attenzione dei presenti (Sigh!). Nella frenesia,
confermava che la verdura in commercio, ma anche frutta riso, grano,
mais..., non sono più, da tempo, ricche di nutrienti, né più salutari come lo
erano tempo fa! Negli ultimi trent’anni si sono sempre più affermate, nel
settore della produzione protetta di ortaggi, nuove tecniche di coltivazione ad
alta efficienza che per forza devono far uso di strumenti chimici. "La
gamma di insetti, di funghi e batteri, nemici delle coltivazioni, si allunga
ogni giorno di più" - mi dice. Tra i fitofagi, insetti che si nutrono di
piante e delle loro parti, foglie, rami e frutti, gli afidi sono inarrestabili.
Per non parlare dei marciumi basali e le batteriosi... (Sigh!). Quindi si è obbligati, per vendere, a "intervenire" a manetta...! Per incassettare, caricare ed esporre. Per rendere i frutti della terra perfettamente colorati, belli, omogenei nelle forme... Come vogliono gli standard
merceologici, soprattutto della grande distribuzione... Che non tollerano la
presenza macchie o imperfezioni sulla foglia della lattuga perché il
cliente sarebbe disincentivato all’acquisto. "C’è più biodiversità in un angolo abbandonato di periferia
che in un campo diserbato, insetticidato, chimicizzato" - mi dice! Se
vogliamo salvarci, e salvare la terra...(Sigh!), non ci resta che ritagliarcene un pezzo.
martedì 7 febbraio 2017
Sanremo era Sanremo
Martellato dall’attuale invadente pubblicità, lo
scrigno della mia memoria in sto periodo si apre tirando fuori i miei Sanremo.
Erano i mitici fine anni '60! Quando le canzoni del Festival erano la colonna sonora della gioia di vivere che si riproducevano in
ogni luogo grazie al juke-box che a colpi di 50 lire diffondeva le canzoni più in voga. A quel tempo Sanremo era una magnifica
cassa di risonanza che ci alfabetizzava via etere quando la televisione rappresentava
una conquista, con mezza Italia che la comprava con le cambiali, (Sigh!). E io
Sanremo lo vivevo, di riflesso, come l'evento di inizio anno più atteso, più discusso, in
famiglia, nel palazzo, al Bar dei “Geggi” di via Risorgimento... Era un bel
momento! Sanremo per me ha soprattutto il sapore di mia madre. Ma anche dei gesti, degli
accenti, dei toni, dei dialetti. Mi ricordo dei Sanremo in bianco e nero dove a casa mia lo
venivano a vedere un bordello di gente tra vicini, amici, parenti,
conoscenti..., (Sigh!). L’appartamento al secondo piano di Via Goito 13, di
sera, per tre giorni alla fine di gennaio, svuotato dei fratelli grandi,
tuonava folla di umanità variegata del sud. Di un sud genuino, pittoresco,
incontaminato. In pochi metri quadri a casa mia succedeva di tutto, prima e
dopo Sanremo. Il tavolo della cucina era sommerso di roba da mangiare per
sfamare un reggimento. Tra quello preparato da mia madre e le cibarie di chi le
portava. Decantate tutte come “nostrane”..., nel senso di naturali, fatte con cura
da mani sapienti: timballi gattopardeschi, purpette au succu, cardi fritti,
zucche in agrodolce,… Tra i dolci, mi ricordo che in occasione di Sanremo, finivamo il torrone duro come una pietra, a forma di cuore ricoperto di
cioccolato fondente, che arrivava puntualmente per Natale in dosi massicce da
qualche parente di Piazza Armerina …, (Sigh!). E poi gli Sfinci,
"piccoli" bocconi morbidi dalla forma rotonda irregolare, di pasta
lievitata, fritti in olio bollente e ricoperti da una pioggia di zucchero... Per spizzugliare durante, invece, come se non bastasse, c’era la frutta
secca: “calia”, “semenza”, mandorle, arachidi, noccioline tostate,
pistacchi, semi di girasole... Tutt’attorno al tavolo della cucina, sedie
in doppia e tripla fila, pure di spalle alla televisione…, perfino nel corridoio...
Ancora adesso non mi spiego come faceva a starci tutta quella gente in così
pochi metri. Casa mia, di più la sera della finale sanremese, diventava
un’isola felice di passioni, del folklorismo meridionale puro, estetizzante.
Mia madre si faceva in quattro per organizzare la casa. Tutto nel pomeriggio,
dopo aver cucinato un giorno intero.., per assistere, mangiare, spizzugliare,
dialogare, giocare, assieme. Casa mia con Sanremo diventava il luogo quasi
essenziale..., che creava legami, aspettative, ricordi, nostalgie. Tutti in
cerca di appaesamento, per esorcizzare lo smarrimento, il timore di perdersi,
in un posto nebbioso a oltre mille chilometri a nord dalle proprie origini.
Quelle mitiche sere di Sanremo avevano il carattere per ogni età.., regnava
l’allegria, l’ingordigia, la risata e anche il pianto. Per noi picciriddi era
una festa, una cosa speciale…, perché per noi a quell’epoca i programmi
finivano sempre dopo Carosello, la nostra linea di demarcazione tra lo stare in
piedi e andare a nanna. Quando, sul palco del Salone delle Feste del Casinò di
Sanremo, spuntavano i cantanti a casa mia ci scatenavamo...Non perdevamo una
nota, un acuto..., e il bordello che regnava prima, in quel momento, si
trasformava in silenzio religioso. Che diventava ancora più intenso, oltre che
profonda delusione, quando la televisione, magari per una bizza di qualche
valvola o dell’antenna che non prendeva bene, cominciava a fare delle
fastidiose righe bianche sullo schermo… Per un paio di minuti il panico ci
assaliva in un silenzio assordante, angosciante…(Sigh)! Con gli sguardi interrogativi dei presenti delusi concentrati su mia madre che con un gesto rassicurava, sperando in cuor suo
che lì per lì non saltasse qualche valvola… Scampato il pericolo,
ricominciava Sanremo e l'allegro bordello. A mezzanotte la Tv di stato cessava
la trasmissione sulle note dell'ouverture del Guglielmo Tell di Gioacchino
Rossini, mentre a casa mia si continuava coi bagordi e coi commenti sui
vincitori e vinti... Sanremo era Sanremo!
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