lunedì 16 marzo 2020

L'ordine giusto

Si sa com’è un racconto: niente in esso è vero e tutto è vero. Cose della vita vissuta, fatti accaduti, gesti e parole di persone conosciute prendono un ordine diverso e si mischiano con altro. Ci penso mentre lo sto scrivendo, in piena emergenza Covid19, (mai avrei pensato di dedicargli un ulteriore spazio su Morsi di Gusto…), e la luce del giorno comincia a filtrare per la vetrata del mio studio. Da 20 giorni questa scena la inquadro in maniera diversa rispetto al passato: spero, ogni volta, che la nuova luce non sia foriera di nuove paure. Anche se questo sentimento dura poco. Fino a quando, con gli occhi, attraverso il giardino, scruto gli orti di Bra, la Langa, il Monviso, e lo sgomento iniziale si tramuta in emozione felice. L’anomalia del Coronovirus con la complicazione pratica, capace di sommovimenti profondi, radicali, della nostra vita, mi sta insegnando che è importante non farsi disarcionare dalla paura e a non cavalcare il caos dei pensieri. L’Italia è un paese di gente che ama stare insieme, abbiamo facilità di relazione che usiamo per stabilire rapporti. Ma esiste un bene superiore al quale è legittimo sacrificare qualcosa: è la nostra vita e quella degli altri. Lo so che le regole possono essere giudicate pedanti e le infrazioni attraenti. Ma in questo tempo falsato e costretto dal Covid19, non si deve pensare di prendersi una vacanza dagli impegni, soprattutto morali. Questa Italia imprevedibile, deve continuare ad essere un luogo speciale. Invito quindi quei professionisti spavaldi dell’anarchia, che schifano e sfidano le regole, di mettere da parte l’orgoglio dell’intelligenza che li spinge a cercare inutili circonvallazioni e non sottrarsi alle virtù nazionali. Rimanete a casa. Proteggetevi e proteggete i vostri cari.

mercoledì 26 febbraio 2020

Riprendiamoci la nostra vita

Stavamo di nuovo viaggiando a mille. Almeno così sembrava. Invece il percorso si è infranto. La testa degli italiani, adesso, al tempo del Coronavirus, si può dichiarare a tutti gli effetti disturbata, persa. Si sa, noi italiani abbiamo sempre avuto il timore di scoprire verità scomode, ma mai come oggi abbiamo abbandonato qualsiasi reazione come se fossimo telecomandati da una regia esterna che ci guida in manovre assurde. Siamo in pieno periodo d’allarmismo ansioso. La paura dell’epidemia Coronavirus sta fissando delle regole demenziali: della strada, del lavoro, dell’ufficio, della scuola, del supermercato, dei treni, degli aerei, dei teatri, dei cinema degli eventi, delle manifestazioni, dei ristoranti, delle cure, e dell’amore pure. Niente è più come prima. Pazienza avessimo almeno l’esclusiva europea! Invece a quanto pare no, anche se gli altri ce la vogliono affibbiare. La solitudine degli stadi e delle chiese, due totem opposti di aggregazione sociale, è inquietante, purtroppo, e rende la realtà attuale. Uno spettro si aggira per l’Italia. Ci ossessiona un virus straniero di cui si sa che è pericoloso, ma non si sa quanto perché non esiste ancora il vaccino. Siamo ossessionati dall'incontro. Di un anonimo, forse ben conosciuto, potenziale untore. Col paradosso, di più, incredibile, che oggi è il sud che non vuole il nord. Vorremmo fare tutti il tampone, perenne! Ci sono migliaia di persone impegnate, a turno, a presidiare territori infettati e infettanti, rendendoli invalicabili da internamente ed esternamente. Medici al lavoro che sognano da giorni casa propria e gente che lavora a casa propria, sognando l'ufficio! Mentre la maggior parte del paese svaligia supermercati per fare scorte di cibo e disinfettanti. Mah…! Nel 2020 siamo stati catapultati indietro di 100 anni. Quando nel 1918 il mondo fu pervaso dall'influenza Spagnola. Il ricordo della Spagnola scatenato da alcuni media, ma non ce n’era bisogno visto che solo la storia lo può raccontare, ha rimesso in pista paure ataviche…. So che è difficile pensarlo e farlo. Ma riprendiamoci la fase dell’ottimismo italiano distratto e della preoccupazione affettuosa che ci ha sempre distinto. Consapevoli che l’Italia è nostra. Teniamo conto di questo! Ritorniamo a quell'atmosfera, felice e leggera, alle attività, alle abitudini che formano la nostra vita. Mantenendo la nostra solita forma di privatizzazione sentimentale che alla fine è il nostro senso di responsabilità.

lunedì 27 gennaio 2020

Corona's days

In questo universo sobrio e severo, non sono consentiti svaghi prolungati. In una settimana è successo l’inferno. Per colpa della “corona”, anzi di due corone ben distinte. Due casi allarmanti. Quello inglese, gonfia di umori giovanili, con Harry e Megan che si sono dimessi dalla Corona Reale e hanno traslocato in Canada, e quello cinese col caso del Corona Virus che sta mortificando la Cina…, se non altro per come la malattia si è trasmessa all’uomo, (prima dicevano da un serpente che ha mangiato un pipistrello che a sua volta a deiettato su qualche cinese, ora, ancora più imbarazzante, si dice per colpa di esperimenti chimici a scopo militare). Ma andiamo per ordine. Il vecchio impero inglese sta agonizzando. La sua fine è segnata. Il lungo romanzo britannico è arrivato all’ultimo capitolo. La notizia che l’ex principino Harry intende mollare la Nonna e tutti i suoi sudditi ha immalinconito mezzo mondo e rallegrato l’altra metà. Sto nipote di Elizabeth, impettito, irrequieto, disancorato, che ha dato di testa licenziandosi da Buckingham Palace senza una vera causa, se non quella di farsi gli affari suoi, ha riempito per giorni i palinsesti dei media che cercavano, ciascuno, di farne una ragione. Io mi sono fatto la mia e ve la spiego, ma non pretendo che la pensiate allo stesso modo. Il principino Harry, nazionalista inglese, è innanzitutto un romantico. Non solo attaccato alla corona e a Megan con tutto ciò che lei rappresenta. Sto pezzo d’uomo, infatti, che è stato anche un rappresentante militare del Regno Unito, ad un certo punto, approfondendo la storia del suo paese, scopre che il Canada fu dominio inglese fino alla sua indipendenza avvenuta nel 1931 e che durante la guerra Anglo-americana, la colonia canadese fu una pedina importante della Gran Bretagna nella guerra contro gli Stati Uniti… Harry, a sto punto, assillato dal ruolo del fratello, futuro regnante senza far niente, ha avuto un’impennata di orgoglio e ha pensato di fare invece lui qualcosa di epico per il Regno Unito, (che tanto unito non è più: leggi anche Bretix), e andarsi a riprendere quel che quasi un secolo fa gli era stato tolto! Vedremo come finirà. Mentre si consumava sto patetico quadretto della corona inglese, siamo stati fiondati nel dramma più tragico e micidiale dell’altra corona, la Corona Virus cinese. Dalla Corona epica si è passati alla Corona epidemica. Si sa: la Cina è un paese che conosciamo poco, ma che consumiamo molto. Un Paese indaffarato a produrre di tutto e di più e ad esportare a più non posso. Sappiamo però che primeggiano anche per i virus mortali epidemici, oltre sto Corona Virus anche la Sars. Ve la ricordate? Drammatica e dirompente, fu causata da piccoli animali mammiferi e invase il mondo qualche anno fa! Dei cinesi si dice di tutto come anche dei meridionali, altra razza maledetta (per alcuni, anche molti): sudici, spietati, malavitosi, briganti…. Non oziosi, però, come invece si pensa ancora dei terroni. Mi ricordo che in un mio soggiorno di qualche anno fa a Pechino, quando arrivai in albergo mi affacciai alla finestra della mia stanza al 15° piano e vidi un fazzoletto di terra, grande come 4 campi da calcio, cosparso di putrelle di ferro con uomini e gru, come formiche, che stavano lavorando. Dopo una settimana su quel terreno erano già stati tirati su 4 piani di quello che doveva diventare un grattacielo. Per questo non mi sorprende che a Wuhan, il luogo della “peste”, abbiano deciso di costruire in una settimana un ospedale specializzato in malattie virali. Se penso che il nuovo ospedale Alba – Bra è in costruzione da oltre dieci anni e non si sa ancora quando lo finiranno, nonostante la montagna di soldi spesi, mi sa che anche al nord qualche esame di coscienza sulla terronità diffusa bisognerebbe farsela……!?!? Ma torniamo a Corona Virus che è riuscito a far evaporare i festeggiamenti del Capodanno cinese, chiudere la Muraglia Cinese e fatto emergere diavoli inquietanti e malefici. Il drammatico e dirompente fenomeno epidemico è ormai mondiale. Il cinese in sti giorni è diventato ancora più inquietante, dappertutto. Come anche quelli che arrivano dalla Cina e cinesi non lo sono. Se li conosci li eviti. Siamo al paradosso che le posizioni razziali vengono affermate anche senza razza. Propongo, per alleggerire il momento del Corona's Days, sia inglese che cinese, una sbronza felice. Dove trionfano i campioni dello spasso, della trasgressione bonaria, del giro di vite in leggerezza, per arrivare con tutto il cuore, una volta smaltita la sbronza, ad essere pari e patta con tutti.

martedì 14 gennaio 2020

L'oratorio, smartphone di un tempo

Le doglie della modernità mi fanno riemergere ricordi indelebili e anche sorridere. Se oggi l’icona dei più giovani è il cellulare, con tutto ciò che contiene, social, giochi, informazioni, scuola, immagini, chat, amici, quando io ero ragazzino- e le materie di studio all’epoca erano italiano, matematica, storia e geografia – c’era l’oratorio che conteneva tutto questo. L' oratorio a quel tempo si apprezzava in tre stagioni della vita: quando si era bambini, quando si avevano i bambini e quando non si sopportavano più i bambini. L’oratorio metteva tutti tranquilli e al riparo. L’oratorio di Bra, dove sono nato e cresciuto (poco, a dire il vero), era quello di San Giovanni dove nella chiesa dello stesso santo ho fatto anche il chierichetto 7 giorni su 7, tutte le sante mattine, per 5 anni. A quel tempo si può dire che la vita era soprattutto di matrice cattolica, nel senso che tutti andavano a messa e dicevano convinti di credere in Dio, salvo qualcuno che si dichiarava comunista, ma che in realtà gli altri definivano “strana gente”. Quando io andavo all’oratorio i genitori non avevano bisogno di assumere le tate o iscrivere i figli a calcio, a basket, a judo, a karate, a nuoto, a inglese, a musica, a tennis, a equitazione...! Il “Don” dell’oratorio era la tata e il “maestro” di tutti. Tutti lo temevamo perché ogni tanto ci menava pure. L’oratorio era un narcotico naturale che i miei usavano per far sì che la sera me ne stessi tranquillo a fare i compiti, tanto ero stanco. Che gioia l’oratorio di San Giovanni! C’era di tutto: il campetto da calcio, il ping pong, il calcio balilla. Mi ricordo che il campo da calcio era piccolo, ma proporzionato, in terra battuta, con due porte di ferro grezzo. Ci giocavamo anche in 30 su sto campo, a turno tutti i bambini dai 6 ai 13 anni - e a anche più - che frequentavano come me San Giovanni. Tutt’intorno al campo, sulla linea del fallo laterale, in fila, come fossero spettatori, c’erano frigoriferi, cucine da gas, lavatrici, in disuso, raccolti da un laboratorio confinante che le ritirava per ricavarne pezzi di ricambio prima di rottamarli. Conservo ancora una foto che mi ritrae, in piedi sopra un frigorifero per sembrare più alto, insieme ad alcuni amici. Era istruttivo l’oratorio. Lì ho imparato la gerarchia sociale, la convivenza, a giocare, a confrontarmi, a prenderle e a darle. In quei pezzi di pomeriggio all’oratorio si consumavano trovate a raffica e girandole di fantasia. C’era naturalezza, indulgenza, abitudine, sollievo, fiducia, orgoglio, realismo, testardaggine, esibizionismo, divertimento. Dove la semplicità e la fantasia, si univano al buon senso civico. Durante le feste pasquali, mi ricordo che nel centro del campo da calcio veniva issato l’enorme palo della cuccagna, alla cui sommità veniva posto il cerchio con un casino di doni, roba da mangiare, soprattutto, di ogni sorta: prosciutto, salami, formaggi, biscotti, pasta…. Ed io, un po’ mosso dalla fame e un po’ per esibire la mia forza, nonostante fossi minutino, mi iscrivevo sempre per conquistare gli ambiti premi posti in alto sul cerchio. Tentavo di salire sull'albero della cuccagna nonostante il grasso copioso con cui veniva cosparso il palo. Ogni volta che scivolavo e precipitavo a terra nella lordura totale, ritornavo a chiedere al Don di risalire nonostante la faticaccia. Imparai subito dai più grandi a non avere fretta, ad aspettare tra una salita e l'altra, ma soprattutto a rotolarmi sul campo, prima di salire, cospargendomi il corpo di terra per non scivolare. Così, fiero e agile, con le gambe strette a tenaglia intorno al palo e con la forza di braccia e di gambe, andavo su come una scheggia per prendermi i miei premi e per diventare - nelle settimane successive - uno degli eroi dell'oratorio di San Giovanni