martedì 14 gennaio 2020

L'oratorio, smartphone di un tempo

Le doglie della modernità mi fanno riemergere ricordi indelebili e anche sorridere. Se oggi l’icona dei più giovani è il cellulare, con tutto ciò che contiene, social, giochi, informazioni, scuola, immagini, chat, amici, quando io ero ragazzino- e le materie di studio all’epoca erano italiano, matematica, storia e geografia – c’era l’oratorio che conteneva tutto questo. L' oratorio a quel tempo si apprezzava in tre stagioni della vita: quando si era bambini, quando si avevano i bambini e quando non si sopportavano più i bambini. L’oratorio metteva tutti tranquilli e al riparo. L’oratorio di Bra, dove sono nato e cresciuto (poco, a dire il vero), era quello di San Giovanni dove nella chiesa dello stesso santo ho fatto anche il chierichetto 7 giorni su 7, tutte le sante mattine, per 5 anni. A quel tempo si può dire che la vita era soprattutto di matrice cattolica, nel senso che tutti andavano a messa e dicevano convinti di credere in Dio, salvo qualcuno che si dichiarava comunista, ma che in realtà gli altri definivano “strana gente”. Quando io andavo all’oratorio i genitori non avevano bisogno di assumere le tate o iscrivere i figli a calcio, a basket, a judo, a karate, a nuoto, a inglese, a musica, a tennis, a equitazione...! Il “Don” dell’oratorio era la tata e il “maestro” di tutti. Tutti lo temevamo perché ogni tanto ci menava pure. L’oratorio era un narcotico naturale che i miei usavano per far sì che la sera me ne stessi tranquillo a fare i compiti, tanto ero stanco. Che gioia l’oratorio di San Giovanni! C’era di tutto: il campetto da calcio, il ping pong, il calcio balilla. Mi ricordo che il campo da calcio era piccolo, ma proporzionato, in terra battuta, con due porte di ferro grezzo. Ci giocavamo anche in 30 su sto campo, a turno tutti i bambini dai 6 ai 13 anni - e a anche più - che frequentavano come me San Giovanni. Tutt’intorno al campo, sulla linea del fallo laterale, in fila, come fossero spettatori, c’erano frigoriferi, cucine da gas, lavatrici, in disuso, raccolti da un laboratorio confinante che le ritirava per ricavarne pezzi di ricambio prima di rottamarli. Conservo ancora una foto che mi ritrae, in piedi sopra un frigorifero per sembrare più alto, insieme ad alcuni amici. Era istruttivo l’oratorio. Lì ho imparato la gerarchia sociale, la convivenza, a giocare, a confrontarmi, a prenderle e a darle. In quei pezzi di pomeriggio all’oratorio si consumavano trovate a raffica e girandole di fantasia. C’era naturalezza, indulgenza, abitudine, sollievo, fiducia, orgoglio, realismo, testardaggine, esibizionismo, divertimento. Dove la semplicità e la fantasia, si univano al buon senso civico. Durante le feste pasquali, mi ricordo che nel centro del campo da calcio veniva issato l’enorme palo della cuccagna, alla cui sommità veniva posto il cerchio con un casino di doni, roba da mangiare, soprattutto, di ogni sorta: prosciutto, salami, formaggi, biscotti, pasta…. Ed io, un po’ mosso dalla fame e un po’ per esibire la mia forza, nonostante fossi minutino, mi iscrivevo sempre per conquistare gli ambiti premi posti in alto sul cerchio. Tentavo di salire sull'albero della cuccagna nonostante il grasso copioso con cui veniva cosparso il palo. Ogni volta che scivolavo e precipitavo a terra nella lordura totale, ritornavo a chiedere al Don di risalire nonostante la faticaccia. Imparai subito dai più grandi a non avere fretta, ad aspettare tra una salita e l'altra, ma soprattutto a rotolarmi sul campo, prima di salire, cospargendomi il corpo di terra per non scivolare. Così, fiero e agile, con le gambe strette a tenaglia intorno al palo e con la forza di braccia e di gambe, andavo su come una scheggia per prendermi i miei premi e per diventare - nelle settimane successive - uno degli eroi dell'oratorio di San Giovanni

venerdì 27 dicembre 2019

Angeli custodi

Greta Thunberg, svedese, 16 enne, viso dolce stralunato, trecce bionde, sembra sia diventata l’angelo custode dell’universo. Sia chiaro: ben vengano paladini, e con essi forme, capaci di sensibilizzare il mondo sul tema della tutela della natura e quindi di un universo più ecologico…., però sto movimento guidato da un’adolescente, che sembra “tellurico” , ma invece è “terrestre”, mi fa un po’ sorridere. Non ce l’ho con Greta, sia chiaro! Ce l’ho col fatto che non si riesce mai a fare una vera rivoluzione razionale. Noi italiani, inoltre, abbiamo il monopolio della lamentazione con il gusto della rivolta, opposta all’altra nostra metà che è il conformismo. Per cui “non si muove foglia che Dio non voglia”. Il problema che ci troviamo ad affrontare oggi è vecchissimo…. Ci siamo sentiti sempre tutti superiori alla natura, insensibilmente, al di là di tutto. Ogni volta aggredendola, sottomettendola, dominandola, realizzando un nostro sviluppo economico a lei contrario. Io dico da sempre, ancor prima che rientrasse negli ultimi proclami politici, che serve l’educazione civica! Educare fin dall’asilo! Si può combattere sta fine del creato solo con la crescita della coscienza ecologica e la sua assimilazione culturale da parte di tutti. C’è bisogno di insegnare e sostenere uno sviluppo in armonia con la natura, di formare un nuova coscienza dell’umanità che si responsabilizza per il destino comune di tutti noi e del mondo che abitiamo. L’ecologia non abbraccia solo la natura, ma anche la cultura e la società. Non possiamo continuare a dimostrare ogni anno che siamo cresciuti di P.I.L. più dell’anno precedente a discapito di tutto! Anche se due titolati dementi dicevano il contrario. Francesco Bacone infatti, uno dei fondatori della filosofia della scienza, affermava che “sapere è potere” e “il potere è dominazione”, per cui secondo lui il potere sopra la natura significa incatenarla al servizio dell’uomo e farla nostra schiava…. Della stessa misura il pensiero di Cartesio, filosofo della modernità, sosteneva, nella sua teoria della scienza, che “….la vocazione dell’essere umano in relazione alla natura è possederla, al di là di tutto, affinché intera ed estenuata sia ai nostri piedi...”. Ecco, basterebbe far tesoro dell’imbecillità di sti due tizi, che stanno pure in bella presenza sui libri di storia, per trovare l’equilibrio col creato. O imparare invece bene le teorie di Josuè de Castro, famoso scienziato brasiliano, che diceva “… la povertà è il nostro maggior problema ambientale”. Bisogna vivere l’ecologia come una nuova alleanza che l’essere umano deve stabilire con il suo habitat, con il suo simile e con lui medesimo. Sviluppare una solidarietà con le generazioni che ancora non sono nate, col diritto di esistere anch’essi olisticamente, di respirare aria pura, di bere acqua pulita, di guardare le nuvole, il cielo, le stelle, il sole, la luna… come stiamo facendo, (forse ancora per poco), noi. Per questo è importante un’ecologia della mente, ma anche un’ecologia del cuore. Le risorse naturali sono limitate e non rinnovabili! Mettiamocelo in testa. Facciamo tesoro delle parole di Ghandi: “La terra è sufficiente per sfamare il mondo intero, ma non è sufficiente per la voracità del capitale”. Buon 2020 e grazie, comunque, a tutti gli angeli custodi! Compreso Greta, il vicino di casa, internet, i libri, i giornali…., che ogni giorno ci ricordano alcune fondamentali regole ecologiste!

mercoledì 18 dicembre 2019

Orecchiette da mercante

La vicenda del sequestro di orecchiette fatte in casa a un ristoratore di Bari, ha animato la cronaca italiana ed internazionale della scorsa settimana: “Call it a crime of pasta” - “Chiamatelo un crimine di pasta” - è il titolo del lungo reportage che il New York Times gli ha dedicato. E ha messo in subbuglio anche gli animi della Città vecchia dove questa pasta viene quotidianamente preparata dalle massaie del quartiere, per essere poi venduta a qualche ristorante della zona e soprattutto ai turisti. Per me che sono un fan della puglia e di Bari in particolare, oltre che un fondista della pasta fatta in casa tirata al mattarello, (taiarin, busiate, pappardelle, lasagne, ravioli, orecchiette, cappelletti…, il mio principale food porn), ho dovuto compiere sforzi giganteschi per buttarmi alle spalle tutto quel che ho letto e sentito sul mio amore alimentare. Recuperando dal mio retrobottega culturale, una serie di inconfutabili certezze. La strada delle orecchiette, a Bari vecchia, verso l’Arco Basso, in prossimità del Castello Svevo, la conosco bene. Me la godo ogni volta che ritorno in questa città. E’ una passerella, una galleria, un museo, un ristorante, un mercato, un laboratorio, un luogo di meditazione, un posto magico dove il tempo si è fermato. E’ il teatro dell’autosufficienza famigliare meridionale. Tutte le volte vado lì per guardare lo spettacolo meraviglioso del rito delle orecchiette che le massaie preparano con movimenti velocissimi, una dietro l’altra, nelle loro case. Quasi con rituali propiziatori e con la mediazione di spiriti. E tutte le volte chiedo il permesso di entrare nelle loro case, per non perdermi niente di sto teatro. Lavorano su tavoli che sembrano degli altari, con tutt’intorno, in disordine ordinato, una selva di cimeli, oggetti, statuette, religiose, a santificare il loro rito e i loro gesti. Quasi tutte accompagnano il loro lavoro col televisore o la radio accesa sintonizzata su programmi di intrattenimento. Alcune pregano pure. Il sollievo etico ed estetico, oltre che di gusto, che ne ricavo ogni volta che vengo qui è principesco. Ora, ste signore delle orecchiette stanno passando giornatacce. Questioni “europee” di tracciabilità del prodotto dicono. In più ci si mette anche la polemica sui guadagni in nero…. Ma pensate cosa vanno a tirare fuori…?! Dovremmo rinunciare a sto bendidio, confezionato alla buona, considerato il non plus ultra da parte di consumatori, turisti, ristoratori… Roba che ha permesso la nomina di Bari nella top ten delle migliori destinazioni d’Europa per Lonely Planet…! Prelibatezze che sono entrate anche negli spot di Dolce&Gabbana con le figlie di Sylvester Stallone filmate proprio lì, mentre giocavano con ste creazioni di pasta fra le mani….! Dovremmo rinunciare a sti gioielli gastronomici che un tempo saperli fare era anche requisito necessario per trovare marito…! Per ragioni di rintracciabilità e di miseri guadagni in nero, dovremmo perdere uno dei baluardi dell’identità barese, pugliese, italiana? Ma neanche per sogno!  Una cultura dovrebbe servire prima di tutto a spiegare la realtà. Ve lo immaginate? Le massaie baresi delle orecchiette, con indosso le cuffiette, a far le ricevute, a vederle confezionarle in atmosfera modificata…? Qualcuno, schizofrenicamente, ha suggerito a ste donne di mettersi insieme in cooperativa per vendere i loro prodotti legalmente…. Ci mancano solo le orecchiette da mercante…! L'arte delle orecchiette fatte in casa deve necessariamente sfuggire all'oblio. E neanche diventare un’arte clandestina, proibizionista che alimenterebbe affari loschi. Il  valore culturale gastronomico deve sopprimere tutti gli altri valori. In fin dei conti, di queste orecchiette della Bari vecchia, senza etichette, tutti conoscono gli ingredienti: acqua, farina e mani magiche. Lasciatemele godere ancora - almeno quelle fatte lì - così.


mercoledì 11 dicembre 2019

Il mio Bue Grasso

Cade sempre il secondo giovedì prima di Natale. La solita giornata d’inverno. Quando il freddo e la nebbia di dicembre avvolgono il basso delle colline, mentre i “bricchi” sbrinati emergono luccicanti baciati dal sole. In questo giovedì mollo tutto, ma proprio tutto: vado al Bue Grasso di Carrù, nella Langa monregalese, vicino alle zone del Dolcetto di Dogliani, un angolo del Patrimonio Unesco poco esplorato rispetto alle aree di qui più vocate al vino. Vado a Carrù vestito da alta montagna, armato del mitico bastone dei "Tucau", per rigenerarmi e godermi una giornata d'altri tempi. Lo faccio da ormai oltre 35 anni e mi diverto un casino ogni volta. Al Bue si sta in amicizia, si mangia, si beve, si canta…, e si ammirano i migliori capi di bestiame. Le prime volte arrivavo alle 5 per non perdere neanche un istante di questa fiera popolare dal sapore antico. Mi godevo lo spettacolo delle operazioni che sono da preludio alla fiera: l’arrivo dei camion, la lenta e faticosa discesa delle bestie, la loro pesatura. Ultimamente, a volte, scelgo di arrivarci invece con calma, beneficiando del giro panoramico che offrono le colline del Barolo: parto verso le 7 da Bra, poi in fondovalle salgo a Vergne, Barolo e Monforte per poi scendere a Dogliani e risalire a Carrù. Mi piace sto giro perché, anche se mi ubriaco di curve, mi riempio gli occhi di vigne, di colline, di colori, di luci…. Un giro panoramico che faccio in tutte le stagioni, soprattutto in bici e in moto. All’ingresso di Carrù il solito cartello recita “Benvenuti nella patria del Bollito” e una serie di transenne limitano l’accesso delle auto al paese. Vista la mia lunga frequentazione però conosco ormai tutti i trucchi per superarli e parcheggiare vicino alla piazza della rassegna zootecnica. Dove va in scena un vero e proprio spettacolo: maestosi capi dal candido manto, di ogni razza bovina, più facile passarci sotto che aggirarli - pesanti anche quindici quintali - sono lì in posa come stars per farsi ammirare, fotografare, giudicare! Mi meraviglio sempre a guardare tanta bellezza che è in attesa di conquistare l’ambita gualdrappa. Nell’”arena” espositiva tra un commento e l’altro m’informo, cerco lumi, “intervisto” amici, veterinari, ma soprattutto parlo con gli allevatori che mi danno qualche dritta in più sulle bestie! Serve soprattutto l’allevatore per capire il senso del Bue Grasso! E allora impari che i buoi e i manzi sono nostrani, se della classica razza Fassone; della coscia, se presentano una muscolatura della groppa, della coscia e della natica molto più accentuata; o migliorati, se c’è stato un incrocio per ottenere determinate caratteristiche. Mentre la suddivisione tra vitello, manzo e bue dipende dal numero di denti - e di conseguenza dall’età, visto che, a partire dai 24 mesi, un bovino mette ogni anno una coppia di denti: il bue grasso ha otto denti, dunque almeno 5 anni. Mi stringo attorno a sti ciclopi della carne, gli ammiro il didietro mentre gli allevatori glieli armeggiano delicatamente con i "Tucau". Fa sempre un freddo becco al Bue. Per scaldarmi quindi ricerco continuamente il mitico brodo di bollito. Solitamente le prime tazze le prendo al ristorante "Al Vascello d'Oro" o  a “Il Moderno”. Già a quell’ora pieni di gente che si sgela con la mitica bevanda fumante tra le mani, mentre nelle sale da pranzo risuonano canti in “piemontese langhetto” (che nonostante i miei trascorsi ancora non ho imparato del tutto!). La mia ultima, di una lunga serie di tazze della mattina, che consumo in ogni dove di Carrù, contiene, per scelta, più vino che brodo…. Verso le 11.30 l’appuntamento con gli amici con cui condividerò il pranzo del Bue è alla salumeria Chiapella per l’aperitivo bollicine -“Salumi della Casa” e il concerto- spettacolo- gratuito dei mitici “Tre Lilu”. Prima di arrivare a sta meta, in giro in paese, incontro di tutto: facce d’altri tempi con baffi e cappelli d’antan, bande musicali, professioniste e improvvisate, gente strampalata, avvinazzata, che canta, frastuono di voci, grida di dialetti d’Italia che si incrociano e si mescolano, venditori ambulanti che magnificano l’acquisto dei loro beni. E’ una vera e propria baraonda degna della più sofisticata rappresentazione teatrale, popolare, d'autore. Faccio il giro lungo per arrivare da Chiapella perché non voglio perdermi niente, compreso i ristoranti del paese stracolmi di clienti disinibiti che, in un ultimo baluardo di dignità, si scatenano in balli e canti non classificabili. Ma neanche l’atmosfera magica del tendone “Bollitononstop” che dalle 5 del mattino è in funzione, con la proposta “piatto unico di bollito”: lingua, testina, scaramella, salamino, purè, bagnetto verde, una fettina di robiola e un pezzo di crostata. Il vino è compreso nel prezzo -dolcetto di Dogliani of course- quanto ne vuoi, per scaldarti a dovere. C'è sempre una coda chilometrica al "Bolittoonstop, di gente in fila come ad una finale di Champions. Il mio pranzo del Bue invece è sempre mitico, solitamente consumato in qualche prestigiosa cantina di vino delle Langhe. Ore e ore avvolto in  un'atmosfera sempre nuova e originale, in compagnia di produttori di vino, artigiani del cibo, ristoratori, cuochi, artisti dello spettacolo, de suono, della musica, dei canti, dei balli..... Gente che la sa lunga su come divertire e divertirsi.Il resto della magia lo fanno i fiumi di antipasti alla piemontese, il bollito misto, i dolci a gogò, e i vini, strepitosi, che scorrono liberi. Il mio Bue grasso di Carrù è tutto questo. E' euforia pura condivisa, è la voglia di stare assieme, in amicizia, con persone mosse dalla stessa passione.... Ci va anche il fisico però!

martedì 4 settembre 2018

Il Falò di Via Goito

Via Goito e dintorni è sempre stata una piccola Sicilia di cui ho nostalgia. È quella nostalgia che mi coglie di sorpresa e, soprattutto quando mi sembra di essere al sicuro, fuori dalla traiettoria, ricompare… L’8 settembre a Bra è la festa della Madonna dei Fiori. Questa festa mi evoca ricordi particolari della mia infanzia, quando non facevo differenza tra giorni feriali e festivi. Le sere a quell’epoca le passavo a far tardi per la strada, giocando ai mestieri coi miei coetanei, oppure attraversando Viale Risorgimento, priva dell’attuale sfrontata edilizia, per correre sui prati a perdita d’occhio e contare le carrozze dei treni che sfrecciavano da Bra verso Torino e viceversa. La Madonna dei Fiori però per me è soprattutto il fuoco. Fuoco intenso. Perché la vigilia della Madonna dei Fiori era la notte dei falò. A Bra e dintorni, se ne accendevano decine e decine, ma molto contenuti. Noi di Via Goito, invece, il Falò lo facevamo enorme, altissimo, a tal punto che, siccome la circonferenza era esagerata, per aggiungere sempre più materiale da incendiare, noi piccoli ci dovevamo arrampicare. La notte del Falò per noi di via Goito era una grande festa che durava tutta la notte fino alle prime luci dell’alba, con il fuoco che ardeva per ore, ore, disumano, gigantesco, con fiamme altissime. Quelle fiamme un po’ mi mancano. Era un modo per stringerci forte tra noi conterranei, un’occasione per fare festa, incontrarsi, stare assieme. D’altronde erano tempi, quelli, in cui, per noi del sud, l’accoglienza della cittadinanza braidese, non era propriamente calorosa. Ancor più di oggi, allora, alcuni concittadini vantavano orgogliosamente degli epiteti ostili nei nostri confronti, “napuli” su tutti, per far riferimento a soggetti anche solo come il sottoscritto, nato a Bra, ma di origini meridionali... Nel tempo il falò di via Goito per i grandi è diventato anche costruttore di ponti fra gli abitanti della zona: sapeva raccontare le tradizioni e i legami degli uomini, parlare di condivisione, di scambio, di superamento di rancori e pacificazioni, di dialogo. Sapeva scaldare i cuori. Per noi “gagni”, invece, il falò rappresentava una specie di rituale magico, l’ultima festa dell’estate, in cui poter divertirsi spensieratamente e rompere il tabù della notte senza dormire. Chissà perché si faceva il Falò...?!  Sta di fatto che si sentiva il dovere di farlo per festeggiare la "nostra" Madonna. Ogni anno era una sfida a farlo più grosso. Dovevamo battere tutti gli altri. Doveva essere un fuoco grande, visibile in tutta Bra e dintorni, tale da suscitare l’invidia nei coetanei che li avevano preparati in altri posti…. Il pomeriggio del 7 settembre sul campo di Viale Risorgimento, adesso violentemente antropizzato, preparavamo il nostro gigantesco falò. Se la data coincideva col mercato del venerdì era più facile che venisse ancor più grande perché in ultimo aggiungevamo, alle cataste di mobili, bancali, e ogni sorta di materiale infiammabile, i cartoni e le cassette della frutta e verdura che gli ambulanti mollavano sulla piazza e noi raccoglievamo con carriole e carretti di fortuna. All’imbrunire il falò veniva acceso con le fiamme che si alzavano in cielo, sprigionando una cascata di scintille. Per noi piccoli era quella la vera festa. Trascorrevamo tutto il tempo a giocare, a guardare il cielo e le stelle intorno al falò, mentre i più grandi si raccontavano ciò che gli bruciava nel cuore. Verso le prime luci dell’alba, quando le fiamme scemavano e restavano soltanto più i carboni, le nostre mamme ci cuocevano quintalate di peperoni da mettere via per l’inverno.

mercoledì 11 luglio 2018

CR7

Cristiano Ronaldo Dos Santos Aveiro, CR7, è della Juve. L’effetto Ronaldo alla Juve ha prodotto uno tsunami di messaggi sul mio telefonino che a paragone un fall-out è roba meschina. Tifo Juve, ma non sono sfegatato. Ho scelto da piccolo la Juve perché a Bra, dove sono nato e cresciuto, per la maggiore, o tifavi il grande Toro, oppure, come tutti quelli come me di origine meridionale, grazie agli Anastasi, Causio, Cuccureddu…, eri della Juve. Nell'età matura amo la Juve anche perché prima di essere squadra è un’azienda. E prendere Ronaldo secondo me è stato un capolavoro manageriale. La pubblicità ed il marketing stanno entrando su questa ossessione calcistica di inizio estate a gamba tesa. Il fine giustifica i mezzi. Chiunque accenderà d’ora in poi un qualsiasi dispositivo video, vedrà CR7, l’artista del dribbling, correre con un deodorante in mano, urlare in posa a petto nudo il nome di una bevanda energetica, a reclamizzare un’auto, una Finanziaria…, un cellulare, un checcaspitanesò, che a confronto le più super modelle più super pagate del mondo diventeranno fantasmi. L’effetto è rintronante e la Juve lo sa. Il sogno è partito e guai a chi lo ferma. Il giocatore che ha vinto più cose in assoluto, a squadre e da solo, che ha segnato un botto di gol a tutti, è da oggi il protagonista del romanzo popolare, nella stagione della distrazione superficiale. Credo, anche, non solo per tutti quelli che hanno invaso il mio cellulare di messaggi, per coloro che amano il calcio. Vero Gennarino, Franco, Marco, Gianpiero, Gianni, Francesco, Luca, Nicola, Giuseppe, Aldo…..?

sabato 7 luglio 2018

La Panchinona di Tino

E’ inutile illudersi di vedere la campagna come la vedono i contadini. Dubito, anzi, che esista un modo non industriale e insieme non turistico di vedere la natura, se non forse in qualche sperduto superstite che non consuma tivù e non cammina con le ruote… (anche se io uno lo conosco: https://morsidigusto.blogspot.com/2017/05/terre-della-montanina.html). Attorno a Bra, in collina, da un po’ di giorni è nato un nuovo osservatorio, molto particolare, della campagna circostante. Si tratta di una Panchinona realizzata totalmente con legname di recupero, da un mio amico, Tino Gerbaldo, fotografo di professione, un po’ creativo, un po’ pittore, un po' scultore, sicuramente molto romantico. Una Panchinona che elogia il “soggiorno” nomade e sedentario dove è possibile riposarsi, mangiare, aspettare, osservare, socializzare, comunicare, leggere, lavorare, oziare…, e anche selfarsi. Sì anche farsi il selfie, visto che la panchina è dotata di bastone-prolunga con apposita sede per applicarci qualsiasi cellulare e scattarsi la foto. Tino non ha neppure dimenticato di fornirla di sgabello-ceppo per permettere a tutti di salirci sopra. La Panchinona di Tino è un luogo di sosta particolare, un’utopia realizzata. E’ una vacanza a portata di mano. La struttura, molto semplice, la rende un’opera d’arte solo per quanto è grande, per come è composta, ma soprattutto per dove si trova in mezzo ad un campetto erboso sul bricco più alto della frazione Macellai. Un posto come questo è una droga leggera... Da stupefacenti consolazioni! Prima che Tino la installasse, qui, quando correvo per ste colline, mi fermavo spesso sul crinale per contemplare lo spettacolo del Monviso, di una parte delle Langhe, della piana degli orti di Bra... Mi davo il tempo di perdere il tempo…. Correvo da fermo a pensare agli sconfinati arcipelaghi delle emozioni che vivono in me. E recuperavo le forze così. Poi proseguivo di nuovo di corsa per chilometri, raccontandomi la mia vita, confermandomi quanto fossi fortunato anche solo per godere di questo straordinario spettacolo. Adesso, ancora più piccolo, seduto su sta Panchinona di Tino, sospeso da terra sul ciglio del mondo, mi alleno meglio a lasciare libera la mente di vagare e divagare...  Sono certo che la Panchinona di Tino diventerà luogo di sosta privilegiato non solo per selfisti scatenati, ma una sorta di rifugio per pensare.., per quanti vorranno far nascere o ricordare un amore, per lasciare un messaggio al mondo, per gridare la propria esistenza di vita. Spero diventi un’istituzione la Panchinona di Tino..., una necessità umana, una vetrina sulla realtà quotidiana..., sull’infinito che oltrepassa la nostra comune percezione della realtà... “Come la libellula, spesso, nel suo volare improvvisamente si arresta, e senza fare alcun movimento rimane sospesa nell’aria per alcuni secondi, così ci sono istanti nella vita umana nei quali il tempo si ferma, ci si sente liberati da ogni pesantezza e immersi in una condizione nirvanica…” - Etty Hillesum – Diario 1941-1942.
p.s.: Chi volesse vedere l'immagine della Panchinona di Tino, guardi "la mia storia" su Instagram.