lunedì 16 marzo 2020

L'ordine giusto

Si sa com’è un racconto: niente in esso è vero e tutto è vero. Cose della vita vissuta, fatti accaduti, gesti e parole di persone conosciute prendono un ordine diverso e si mischiano con altro. Ci penso mentre lo sto scrivendo, in piena emergenza Covid19, (mai avrei pensato di dedicargli un ulteriore spazio su Morsi di Gusto…), e la luce del giorno comincia a filtrare per la vetrata del mio studio. Da 20 giorni questa scena la inquadro in maniera diversa rispetto al passato: spero, ogni volta, che la nuova luce non sia foriera di nuove paure. Anche se questo sentimento dura poco. Fino a quando, con gli occhi, attraverso il giardino, scruto gli orti di Bra, la Langa, il Monviso, e lo sgomento iniziale si tramuta in emozione felice. L’anomalia del Coronovirus con la complicazione pratica, capace di sommovimenti profondi, radicali, della nostra vita, mi sta insegnando che è importante non farsi disarcionare dalla paura e a non cavalcare il caos dei pensieri. L’Italia è un paese di gente che ama stare insieme, abbiamo facilità di relazione che usiamo per stabilire rapporti. Ma esiste un bene superiore al quale è legittimo sacrificare qualcosa: è la nostra vita e quella degli altri. Lo so che le regole possono essere giudicate pedanti e le infrazioni attraenti. Ma in questo tempo falsato e costretto dal Covid19, non si deve pensare di prendersi una vacanza dagli impegni, soprattutto morali. Questa Italia imprevedibile, deve continuare ad essere un luogo speciale. Invito quindi quei professionisti spavaldi dell’anarchia, che schifano e sfidano le regole, di mettere da parte l’orgoglio dell’intelligenza che li spinge a cercare inutili circonvallazioni e non sottrarsi alle virtù nazionali. Rimanete a casa. Proteggetevi e proteggete i vostri cari.

mercoledì 26 febbraio 2020

Riprendiamoci la nostra vita

Stavamo di nuovo viaggiando a mille. Almeno così sembrava. Invece il percorso si è infranto. La testa degli italiani, adesso, al tempo del Coronavirus, si può dichiarare a tutti gli effetti disturbata, persa. Si sa, noi italiani abbiamo sempre avuto il timore di scoprire verità scomode, ma mai come oggi abbiamo abbandonato qualsiasi reazione come se fossimo telecomandati da una regia esterna che ci guida in manovre assurde. Siamo in pieno periodo d’allarmismo ansioso. La paura dell’epidemia Coronavirus sta fissando delle regole demenziali: della strada, del lavoro, dell’ufficio, della scuola, del supermercato, dei treni, degli aerei, dei teatri, dei cinema degli eventi, delle manifestazioni, dei ristoranti, delle cure, e dell’amore pure. Niente è più come prima. Pazienza avessimo almeno l’esclusiva europea! Invece a quanto pare no, anche se gli altri ce la vogliono affibbiare. La solitudine degli stadi e delle chiese, due totem opposti di aggregazione sociale, è inquietante, purtroppo, e rende la realtà attuale. Uno spettro si aggira per l’Italia. Ci ossessiona un virus straniero di cui si sa che è pericoloso, ma non si sa quanto perché non esiste ancora il vaccino. Siamo ossessionati dall'incontro. Di un anonimo, forse ben conosciuto, potenziale untore. Col paradosso, di più, incredibile, che oggi è il sud che non vuole il nord. Vorremmo fare tutti il tampone, perenne! Ci sono migliaia di persone impegnate, a turno, a presidiare territori infettati e infettanti, rendendoli invalicabili da internamente ed esternamente. Medici al lavoro che sognano da giorni casa propria e gente che lavora a casa propria, sognando l'ufficio! Mentre la maggior parte del paese svaligia supermercati per fare scorte di cibo e disinfettanti. Mah…! Nel 2020 siamo stati catapultati indietro di 100 anni. Quando nel 1918 il mondo fu pervaso dall'influenza Spagnola. Il ricordo della Spagnola scatenato da alcuni media, ma non ce n’era bisogno visto che solo la storia lo può raccontare, ha rimesso in pista paure ataviche…. So che è difficile pensarlo e farlo. Ma riprendiamoci la fase dell’ottimismo italiano distratto e della preoccupazione affettuosa che ci ha sempre distinto. Consapevoli che l’Italia è nostra. Teniamo conto di questo! Ritorniamo a quell'atmosfera, felice e leggera, alle attività, alle abitudini che formano la nostra vita. Mantenendo la nostra solita forma di privatizzazione sentimentale che alla fine è il nostro senso di responsabilità.

lunedì 27 gennaio 2020

Corona's days

In questo universo sobrio e severo, non sono consentiti svaghi prolungati. In una settimana è successo l’inferno. Per colpa della “corona”, anzi di due corone ben distinte. Due casi allarmanti. Quello inglese, gonfia di umori giovanili, con Harry e Megan che si sono dimessi dalla Corona Reale e hanno traslocato in Canada, e quello cinese col caso del Corona Virus che sta mortificando la Cina…, se non altro per come la malattia si è trasmessa all’uomo, (prima dicevano da un serpente che ha mangiato un pipistrello che a sua volta a deiettato su qualche cinese, ora, ancora più imbarazzante, si dice per colpa di esperimenti chimici a scopo militare). Ma andiamo per ordine. Il vecchio impero inglese sta agonizzando. La sua fine è segnata. Il lungo romanzo britannico è arrivato all’ultimo capitolo. La notizia che l’ex principino Harry intende mollare la Nonna e tutti i suoi sudditi ha immalinconito mezzo mondo e rallegrato l’altra metà. Sto nipote di Elizabeth, impettito, irrequieto, disancorato, che ha dato di testa licenziandosi da Buckingham Palace senza una vera causa, se non quella di farsi gli affari suoi, ha riempito per giorni i palinsesti dei media che cercavano, ciascuno, di farne una ragione. Io mi sono fatto la mia e ve la spiego, ma non pretendo che la pensiate allo stesso modo. Il principino Harry, nazionalista inglese, è innanzitutto un romantico. Non solo attaccato alla corona e a Megan con tutto ciò che lei rappresenta. Sto pezzo d’uomo, infatti, che è stato anche un rappresentante militare del Regno Unito, ad un certo punto, approfondendo la storia del suo paese, scopre che il Canada fu dominio inglese fino alla sua indipendenza avvenuta nel 1931 e che durante la guerra Anglo-americana, la colonia canadese fu una pedina importante della Gran Bretagna nella guerra contro gli Stati Uniti… Harry, a sto punto, assillato dal ruolo del fratello, futuro regnante senza far niente, ha avuto un’impennata di orgoglio e ha pensato di fare invece lui qualcosa di epico per il Regno Unito, (che tanto unito non è più: leggi anche Bretix), e andarsi a riprendere quel che quasi un secolo fa gli era stato tolto! Vedremo come finirà. Mentre si consumava sto patetico quadretto della corona inglese, siamo stati fiondati nel dramma più tragico e micidiale dell’altra corona, la Corona Virus cinese. Dalla Corona epica si è passati alla Corona epidemica. Si sa: la Cina è un paese che conosciamo poco, ma che consumiamo molto. Un Paese indaffarato a produrre di tutto e di più e ad esportare a più non posso. Sappiamo però che primeggiano anche per i virus mortali epidemici, oltre sto Corona Virus anche la Sars. Ve la ricordate? Drammatica e dirompente, fu causata da piccoli animali mammiferi e invase il mondo qualche anno fa! Dei cinesi si dice di tutto come anche dei meridionali, altra razza maledetta (per alcuni, anche molti): sudici, spietati, malavitosi, briganti…. Non oziosi, però, come invece si pensa ancora dei terroni. Mi ricordo che in un mio soggiorno di qualche anno fa a Pechino, quando arrivai in albergo mi affacciai alla finestra della mia stanza al 15° piano e vidi un fazzoletto di terra, grande come 4 campi da calcio, cosparso di putrelle di ferro con uomini e gru, come formiche, che stavano lavorando. Dopo una settimana su quel terreno erano già stati tirati su 4 piani di quello che doveva diventare un grattacielo. Per questo non mi sorprende che a Wuhan, il luogo della “peste”, abbiano deciso di costruire in una settimana un ospedale specializzato in malattie virali. Se penso che il nuovo ospedale Alba – Bra è in costruzione da oltre dieci anni e non si sa ancora quando lo finiranno, nonostante la montagna di soldi spesi, mi sa che anche al nord qualche esame di coscienza sulla terronità diffusa bisognerebbe farsela……!?!? Ma torniamo a Corona Virus che è riuscito a far evaporare i festeggiamenti del Capodanno cinese, chiudere la Muraglia Cinese e fatto emergere diavoli inquietanti e malefici. Il drammatico e dirompente fenomeno epidemico è ormai mondiale. Il cinese in sti giorni è diventato ancora più inquietante, dappertutto. Come anche quelli che arrivano dalla Cina e cinesi non lo sono. Se li conosci li eviti. Siamo al paradosso che le posizioni razziali vengono affermate anche senza razza. Propongo, per alleggerire il momento del Corona's Days, sia inglese che cinese, una sbronza felice. Dove trionfano i campioni dello spasso, della trasgressione bonaria, del giro di vite in leggerezza, per arrivare con tutto il cuore, una volta smaltita la sbronza, ad essere pari e patta con tutti.

martedì 14 gennaio 2020

L'oratorio, smartphone di un tempo

Le doglie della modernità mi fanno riemergere ricordi indelebili e anche sorridere. Se oggi l’icona dei più giovani è il cellulare, con tutto ciò che contiene, social, giochi, informazioni, scuola, immagini, chat, amici, quando io ero ragazzino- e le materie di studio all’epoca erano italiano, matematica, storia e geografia – c’era l’oratorio che conteneva tutto questo. L' oratorio a quel tempo si apprezzava in tre stagioni della vita: quando si era bambini, quando si avevano i bambini e quando non si sopportavano più i bambini. L’oratorio metteva tutti tranquilli e al riparo. L’oratorio di Bra, dove sono nato e cresciuto (poco, a dire il vero), era quello di San Giovanni dove nella chiesa dello stesso santo ho fatto anche il chierichetto 7 giorni su 7, tutte le sante mattine, per 5 anni. A quel tempo si può dire che la vita era soprattutto di matrice cattolica, nel senso che tutti andavano a messa e dicevano convinti di credere in Dio, salvo qualcuno che si dichiarava comunista, ma che in realtà gli altri definivano “strana gente”. Quando io andavo all’oratorio i genitori non avevano bisogno di assumere le tate o iscrivere i figli a calcio, a basket, a judo, a karate, a nuoto, a inglese, a musica, a tennis, a equitazione...! Il “Don” dell’oratorio era la tata e il “maestro” di tutti. Tutti lo temevamo perché ogni tanto ci menava pure. L’oratorio era un narcotico naturale che i miei usavano per far sì che la sera me ne stessi tranquillo a fare i compiti, tanto ero stanco. Che gioia l’oratorio di San Giovanni! C’era di tutto: il campetto da calcio, il ping pong, il calcio balilla. Mi ricordo che il campo da calcio era piccolo, ma proporzionato, in terra battuta, con due porte di ferro grezzo. Ci giocavamo anche in 30 su sto campo, a turno tutti i bambini dai 6 ai 13 anni - e a anche più - che frequentavano come me San Giovanni. Tutt’intorno al campo, sulla linea del fallo laterale, in fila, come fossero spettatori, c’erano frigoriferi, cucine da gas, lavatrici, in disuso, raccolti da un laboratorio confinante che le ritirava per ricavarne pezzi di ricambio prima di rottamarli. Conservo ancora una foto che mi ritrae, in piedi sopra un frigorifero per sembrare più alto, insieme ad alcuni amici. Era istruttivo l’oratorio. Lì ho imparato la gerarchia sociale, la convivenza, a giocare, a confrontarmi, a prenderle e a darle. In quei pezzi di pomeriggio all’oratorio si consumavano trovate a raffica e girandole di fantasia. C’era naturalezza, indulgenza, abitudine, sollievo, fiducia, orgoglio, realismo, testardaggine, esibizionismo, divertimento. Dove la semplicità e la fantasia, si univano al buon senso civico. Durante le feste pasquali, mi ricordo che nel centro del campo da calcio veniva issato l’enorme palo della cuccagna, alla cui sommità veniva posto il cerchio con un casino di doni, roba da mangiare, soprattutto, di ogni sorta: prosciutto, salami, formaggi, biscotti, pasta…. Ed io, un po’ mosso dalla fame e un po’ per esibire la mia forza, nonostante fossi minutino, mi iscrivevo sempre per conquistare gli ambiti premi posti in alto sul cerchio. Tentavo di salire sull'albero della cuccagna nonostante il grasso copioso con cui veniva cosparso il palo. Ogni volta che scivolavo e precipitavo a terra nella lordura totale, ritornavo a chiedere al Don di risalire nonostante la faticaccia. Imparai subito dai più grandi a non avere fretta, ad aspettare tra una salita e l'altra, ma soprattutto a rotolarmi sul campo, prima di salire, cospargendomi il corpo di terra per non scivolare. Così, fiero e agile, con le gambe strette a tenaglia intorno al palo e con la forza di braccia e di gambe, andavo su come una scheggia per prendermi i miei premi e per diventare - nelle settimane successive - uno degli eroi dell'oratorio di San Giovanni

venerdì 27 dicembre 2019

Angeli custodi

Greta Thunberg, svedese, 16 enne, viso dolce stralunato, trecce bionde, sembra sia diventata l’angelo custode dell’universo. Sia chiaro: ben vengano paladini, e con essi forme, capaci di sensibilizzare il mondo sul tema della tutela della natura e quindi di un universo più ecologico…., però sto movimento guidato da un’adolescente, che sembra “tellurico” , ma invece è “terrestre”, mi fa un po’ sorridere. Non ce l’ho con Greta, sia chiaro! Ce l’ho col fatto che non si riesce mai a fare una vera rivoluzione razionale. Noi italiani, inoltre, abbiamo il monopolio della lamentazione con il gusto della rivolta, opposta all’altra nostra metà che è il conformismo. Per cui “non si muove foglia che Dio non voglia”. Il problema che ci troviamo ad affrontare oggi è vecchissimo…. Ci siamo sentiti sempre tutti superiori alla natura, insensibilmente, al di là di tutto. Ogni volta aggredendola, sottomettendola, dominandola, realizzando un nostro sviluppo economico a lei contrario. Io dico da sempre, ancor prima che rientrasse negli ultimi proclami politici, che serve l’educazione civica! Educare fin dall’asilo! Si può combattere sta fine del creato solo con la crescita della coscienza ecologica e la sua assimilazione culturale da parte di tutti. C’è bisogno di insegnare e sostenere uno sviluppo in armonia con la natura, di formare un nuova coscienza dell’umanità che si responsabilizza per il destino comune di tutti noi e del mondo che abitiamo. L’ecologia non abbraccia solo la natura, ma anche la cultura e la società. Non possiamo continuare a dimostrare ogni anno che siamo cresciuti di P.I.L. più dell’anno precedente a discapito di tutto! Anche se due titolati dementi dicevano il contrario. Francesco Bacone infatti, uno dei fondatori della filosofia della scienza, affermava che “sapere è potere” e “il potere è dominazione”, per cui secondo lui il potere sopra la natura significa incatenarla al servizio dell’uomo e farla nostra schiava…. Della stessa misura il pensiero di Cartesio, filosofo della modernità, sosteneva, nella sua teoria della scienza, che “….la vocazione dell’essere umano in relazione alla natura è possederla, al di là di tutto, affinché intera ed estenuata sia ai nostri piedi...”. Ecco, basterebbe far tesoro dell’imbecillità di sti due tizi, che stanno pure in bella presenza sui libri di storia, per trovare l’equilibrio col creato. O imparare invece bene le teorie di Josuè de Castro, famoso scienziato brasiliano, che diceva “… la povertà è il nostro maggior problema ambientale”. Bisogna vivere l’ecologia come una nuova alleanza che l’essere umano deve stabilire con il suo habitat, con il suo simile e con lui medesimo. Sviluppare una solidarietà con le generazioni che ancora non sono nate, col diritto di esistere anch’essi olisticamente, di respirare aria pura, di bere acqua pulita, di guardare le nuvole, il cielo, le stelle, il sole, la luna… come stiamo facendo, (forse ancora per poco), noi. Per questo è importante un’ecologia della mente, ma anche un’ecologia del cuore. Le risorse naturali sono limitate e non rinnovabili! Mettiamocelo in testa. Facciamo tesoro delle parole di Ghandi: “La terra è sufficiente per sfamare il mondo intero, ma non è sufficiente per la voracità del capitale”. Buon 2020 e grazie, comunque, a tutti gli angeli custodi! Compreso Greta, il vicino di casa, internet, i libri, i giornali…., che ogni giorno ci ricordano alcune fondamentali regole ecologiste!

mercoledì 18 dicembre 2019

Orecchiette da mercante

La vicenda del sequestro di orecchiette fatte in casa a un ristoratore di Bari, ha animato la cronaca italiana ed internazionale della scorsa settimana: “Call it a crime of pasta” - “Chiamatelo un crimine di pasta” - è il titolo del lungo reportage che il New York Times gli ha dedicato. E ha messo in subbuglio anche gli animi della Città vecchia dove questa pasta viene quotidianamente preparata dalle massaie del quartiere, per essere poi venduta a qualche ristorante della zona e soprattutto ai turisti. Per me che sono un fan della puglia e di Bari in particolare, oltre che un fondista della pasta fatta in casa tirata al mattarello, (taiarin, busiate, pappardelle, lasagne, ravioli, orecchiette, cappelletti…, il mio principale food porn), ho dovuto compiere sforzi giganteschi per buttarmi alle spalle tutto quel che ho letto e sentito sul mio amore alimentare. Recuperando dal mio retrobottega culturale, una serie di inconfutabili certezze. La strada delle orecchiette, a Bari vecchia, verso l’Arco Basso, in prossimità del Castello Svevo, la conosco bene. Me la godo ogni volta che ritorno in questa città. E’ una passerella, una galleria, un museo, un ristorante, un mercato, un laboratorio, un luogo di meditazione, un posto magico dove il tempo si è fermato. E’ il teatro dell’autosufficienza famigliare meridionale. Tutte le volte vado lì per guardare lo spettacolo meraviglioso del rito delle orecchiette che le massaie preparano con movimenti velocissimi, una dietro l’altra, nelle loro case. Quasi con rituali propiziatori e con la mediazione di spiriti. E tutte le volte chiedo il permesso di entrare nelle loro case, per non perdermi niente di sto teatro. Lavorano su tavoli che sembrano degli altari, con tutt’intorno, in disordine ordinato, una selva di cimeli, oggetti, statuette, religiose, a santificare il loro rito e i loro gesti. Quasi tutte accompagnano il loro lavoro col televisore o la radio accesa sintonizzata su programmi di intrattenimento. Alcune pregano pure. Il sollievo etico ed estetico, oltre che di gusto, che ne ricavo ogni volta che vengo qui è principesco. Ora, ste signore delle orecchiette stanno passando giornatacce. Questioni “europee” di tracciabilità del prodotto dicono. In più ci si mette anche la polemica sui guadagni in nero…. Ma pensate cosa vanno a tirare fuori…?! Dovremmo rinunciare a sto bendidio, confezionato alla buona, considerato il non plus ultra da parte di consumatori, turisti, ristoratori… Roba che ha permesso la nomina di Bari nella top ten delle migliori destinazioni d’Europa per Lonely Planet…! Prelibatezze che sono entrate anche negli spot di Dolce&Gabbana con le figlie di Sylvester Stallone filmate proprio lì, mentre giocavano con ste creazioni di pasta fra le mani….! Dovremmo rinunciare a sti gioielli gastronomici che un tempo saperli fare era anche requisito necessario per trovare marito…! Per ragioni di rintracciabilità e di miseri guadagni in nero, dovremmo perdere uno dei baluardi dell’identità barese, pugliese, italiana? Ma neanche per sogno!  Una cultura dovrebbe servire prima di tutto a spiegare la realtà. Ve lo immaginate? Le massaie baresi delle orecchiette, con indosso le cuffiette, a far le ricevute, a vederle confezionarle in atmosfera modificata…? Qualcuno, schizofrenicamente, ha suggerito a ste donne di mettersi insieme in cooperativa per vendere i loro prodotti legalmente…. Ci mancano solo le orecchiette da mercante…! L'arte delle orecchiette fatte in casa deve necessariamente sfuggire all'oblio. E neanche diventare un’arte clandestina, proibizionista che alimenterebbe affari loschi. Il  valore culturale gastronomico deve sopprimere tutti gli altri valori. In fin dei conti, di queste orecchiette della Bari vecchia, senza etichette, tutti conoscono gli ingredienti: acqua, farina e mani magiche. Lasciatemele godere ancora - almeno quelle fatte lì - così.


mercoledì 11 dicembre 2019

Il mio Bue Grasso

Cade sempre il secondo giovedì prima di Natale. La solita giornata d’inverno. Quando il freddo e la nebbia di dicembre avvolgono il basso delle colline, mentre i “bricchi” sbrinati emergono luccicanti baciati dal sole. In questo giovedì mollo tutto, ma proprio tutto: vado al Bue Grasso di Carrù, nella Langa monregalese, vicino alle zone del Dolcetto di Dogliani, un angolo del Patrimonio Unesco poco esplorato rispetto alle aree di qui più vocate al vino. Vado a Carrù vestito da alta montagna, armato del mitico bastone dei "Tucau", per rigenerarmi e godermi una giornata d'altri tempi. Lo faccio da ormai oltre 35 anni e mi diverto un casino ogni volta. Al Bue si sta in amicizia, si mangia, si beve, si canta…, e si ammirano i migliori capi di bestiame. Le prime volte arrivavo alle 5 per non perdere neanche un istante di questa fiera popolare dal sapore antico. Mi godevo lo spettacolo delle operazioni che sono da preludio alla fiera: l’arrivo dei camion, la lenta e faticosa discesa delle bestie, la loro pesatura. Ultimamente, a volte, scelgo di arrivarci invece con calma, beneficiando del giro panoramico che offrono le colline del Barolo: parto verso le 7 da Bra, poi in fondovalle salgo a Vergne, Barolo e Monforte per poi scendere a Dogliani e risalire a Carrù. Mi piace sto giro perché, anche se mi ubriaco di curve, mi riempio gli occhi di vigne, di colline, di colori, di luci…. Un giro panoramico che faccio in tutte le stagioni, soprattutto in bici e in moto. All’ingresso di Carrù il solito cartello recita “Benvenuti nella patria del Bollito” e una serie di transenne limitano l’accesso delle auto al paese. Vista la mia lunga frequentazione però conosco ormai tutti i trucchi per superarli e parcheggiare vicino alla piazza della rassegna zootecnica. Dove va in scena un vero e proprio spettacolo: maestosi capi dal candido manto, di ogni razza bovina, più facile passarci sotto che aggirarli - pesanti anche quindici quintali - sono lì in posa come stars per farsi ammirare, fotografare, giudicare! Mi meraviglio sempre a guardare tanta bellezza che è in attesa di conquistare l’ambita gualdrappa. Nell’”arena” espositiva tra un commento e l’altro m’informo, cerco lumi, “intervisto” amici, veterinari, ma soprattutto parlo con gli allevatori che mi danno qualche dritta in più sulle bestie! Serve soprattutto l’allevatore per capire il senso del Bue Grasso! E allora impari che i buoi e i manzi sono nostrani, se della classica razza Fassone; della coscia, se presentano una muscolatura della groppa, della coscia e della natica molto più accentuata; o migliorati, se c’è stato un incrocio per ottenere determinate caratteristiche. Mentre la suddivisione tra vitello, manzo e bue dipende dal numero di denti - e di conseguenza dall’età, visto che, a partire dai 24 mesi, un bovino mette ogni anno una coppia di denti: il bue grasso ha otto denti, dunque almeno 5 anni. Mi stringo attorno a sti ciclopi della carne, gli ammiro il didietro mentre gli allevatori glieli armeggiano delicatamente con i "Tucau". Fa sempre un freddo becco al Bue. Per scaldarmi quindi ricerco continuamente il mitico brodo di bollito. Solitamente le prime tazze le prendo al ristorante "Al Vascello d'Oro" o  a “Il Moderno”. Già a quell’ora pieni di gente che si sgela con la mitica bevanda fumante tra le mani, mentre nelle sale da pranzo risuonano canti in “piemontese langhetto” (che nonostante i miei trascorsi ancora non ho imparato del tutto!). La mia ultima, di una lunga serie di tazze della mattina, che consumo in ogni dove di Carrù, contiene, per scelta, più vino che brodo…. Verso le 11.30 l’appuntamento con gli amici con cui condividerò il pranzo del Bue è alla salumeria Chiapella per l’aperitivo bollicine -“Salumi della Casa” e il concerto- spettacolo- gratuito dei mitici “Tre Lilu”. Prima di arrivare a sta meta, in giro in paese, incontro di tutto: facce d’altri tempi con baffi e cappelli d’antan, bande musicali, professioniste e improvvisate, gente strampalata, avvinazzata, che canta, frastuono di voci, grida di dialetti d’Italia che si incrociano e si mescolano, venditori ambulanti che magnificano l’acquisto dei loro beni. E’ una vera e propria baraonda degna della più sofisticata rappresentazione teatrale, popolare, d'autore. Faccio il giro lungo per arrivare da Chiapella perché non voglio perdermi niente, compreso i ristoranti del paese stracolmi di clienti disinibiti che, in un ultimo baluardo di dignità, si scatenano in balli e canti non classificabili. Ma neanche l’atmosfera magica del tendone “Bollitononstop” che dalle 5 del mattino è in funzione, con la proposta “piatto unico di bollito”: lingua, testina, scaramella, salamino, purè, bagnetto verde, una fettina di robiola e un pezzo di crostata. Il vino è compreso nel prezzo -dolcetto di Dogliani of course- quanto ne vuoi, per scaldarti a dovere. C'è sempre una coda chilometrica al "Bolittoonstop, di gente in fila come ad una finale di Champions. Il mio pranzo del Bue invece è sempre mitico, solitamente consumato in qualche prestigiosa cantina di vino delle Langhe. Ore e ore avvolto in  un'atmosfera sempre nuova e originale, in compagnia di produttori di vino, artigiani del cibo, ristoratori, cuochi, artisti dello spettacolo, de suono, della musica, dei canti, dei balli..... Gente che la sa lunga su come divertire e divertirsi.Il resto della magia lo fanno i fiumi di antipasti alla piemontese, il bollito misto, i dolci a gogò, e i vini, strepitosi, che scorrono liberi. Il mio Bue grasso di Carrù è tutto questo. E' euforia pura condivisa, è la voglia di stare assieme, in amicizia, con persone mosse dalla stessa passione.... Ci va anche il fisico però!